Questo sito utilizza cookie “tecnici” e consente l’invio di cookie di “terze parti”. Accedi alla nostra Cookie Policy per avere maggiori informazioni e per gestire le tue preferenze, eventualmente negando il consenso all’utilizzo dei cookie. La prosecuzione della navigazione chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o accedendo ad altra area del sito comporta la prestazione del consenso all’uso dei cookie; in caso contrario è possibile abbandonare il sito.
Loading...

Dialogo del cuore e della mente

Joy Ehikioya
Italiano
Inglese

Avevo 11 anni e andavo alla JSS Junior Secondary School One. Ero la più piccola della classe ed ero frequentemente bullizzata, non avevo un compagno di banco, men che meno un amico, con cui parlare o giocare. La vita aveva preso un’altra orribile piega. Mi ferivano ogni giorno. Andavo a scuola, venivo bullizzata, presa in giro e derisa ma per lo meno tornavo a casa, giocavo con i miei fratelli e dimenticavo i miei problemi fino al giorno dopo.

Non molto più tardi ho scoperto di avere problemi alla vista e anche questo non mi portava niente altro che dolore, non riuscivo a vedere cosa c’era scritto sulle lavagne e ogni lezione diventava un tormento per me. Non avevo un momento di pace, correvo costantemente a nascondermi dai miei incubi a scuola. Durante una lezione di matematica in particolare, il mio insegnante mi disse: “Azzurra, posso vedere le tue risposte?” ma io non ho potuto scrivere nulla perché non riuscivo a vedere le domande scritte sulla lavagna né potevo chiedere per paura di essere derisa e presa in giro. Quando si è accorto che io non avevo fatto nulla mi ha chiesto il perché e io con una voce tremolante ho detto “Non riesco a vedere cosa c’è scritto sulla lavagna”. Lui si è arrabbiato così tanto e ha urlato “Sei cieca?”. Immediatamente ho iniziato a piangere, persino prima che i miei compagni di classe cominciassero a ridere e a prendermi in giro.

Quel giorno sono andata così giù di morale che non riuscivo a fare nulla. Ero arrabbiata con tutto e tutti intorno a me. Mi sono abbandonata alla rabbia, per la prima volta ho rinunciato a me stessa e ho pensato di suicidarmi, sono andata in cucina, ho preso un coltello e l’ho portato nella mia stanza, ho chiuso la porta, mi sono seduta per terra a piangere ma non riuscivo a farmi del male. Non potevo fare del male né a me né alla mia famiglia. Mi ricordo di quando mia madre mi ha raccontato di avere un figlio albino che è morto dopo la nascita e mi sono ricordata il dolore nei suoi occhi e ho pensato subito a come sarebbe stata se mi fossi avvicinata alla morte. Non potevo immaginare come avrebbe reagito alla notizia del mio suicidio.

Io semplicemente non potevo interrompere la mia vita perché, undicenne, sapevo cos’è il dolore e quanto è difficile vivere con la pena nel cuore. Lì per lì ho iniziato a parlare a me stessa, il mio cuore e la mia mente hanno iniziato a parlarsi:

Cuore: voglio morire ma non posso uccidermi.

Mente: devi continuare a lottare, non arrenderti, pensa alla tua famiglia, rendila orgogliosa, non lasciare che gli altri definiscano e determinino la tua felicità, loro non meritano di avere un ruolo così significativo nella tua vita, trai un vantaggio dalla tua diversità, crea una piattaforma solida per te stessa e non lasciare che le persone vedano la tua debolezza, combatti fino all’ultimo respiro, hai solo 11 anni, ma possiedi quello che una ventenne non ha, hai letto, hai studiato, usa la tua testa, improvvisa, fai strategie e provoca il tuo io interiore che merita di vivere una vita felice.

Solo in quel momento ho saputo che dovevo continuare a lottare ed era come se ci fosse qualcuno che mi stesse parlando, ma riuscivo a sentire solo la mia voce. Ho raccolto i miei desideri, la mia determinazione, i miei dolori, le mie diversità e il mio io distrutto e li ho messi tutti nella mia lotta e nei miei sforzi.

Andando a scuola il giorno dopo avevo una faccia super sorridente, ovviamente mi accorgevo che tutti erano sorpresi, persino la mia famiglia lo era, ma nessuno mi ha chiesto il motivo. Ero certa che mia madre sapeva che mi ero tirata su di morale.

Durante la lezione di matematica, quel giorno, quando sono stata chiamata “ragazza cieca” mi sono semplicemente alzata e ho gridato “ti sembra che io sia cieca?” ed è calato il silenzio. Onestamente il silenzio mi ha spaventata, ma non ho mostrato il minimo cenno di paura e, per la prima volta, sapevo di avere addosso le attenzioni che volevo e tutto è cambiato. Avevo il controllo di me stessa. Nessuno mi prendeva più in giro, in continuazione, guardandomi negli occhi. Sì, sono arrivati dei giorni in cui ho semplicemente dimenticato la parte più forte di me e piangevo tanto ma sicuramente avevo il controllo della mia vita.

I was just 11 years old and was JSS Junior secondary school one. I was the smallest in my class and was frequently bullied I didn’t have a seat mate not to mention a friend to talk too or play with. Life had taken a different horrible turn on me and I was constantly hurting every day I go to school get bullied, teased and mocked but I got home played with my siblings and I forget my problems only to remember them the next morning; not much later I discovered my sight problems and that brought me to nothing but more pains I could see what was written on the black boards and every lecture time became a torment to me I never had a moment of peace I was constantly on the hide and run from my nightmares at school. On a particular mathematics class my teacher had said Joy can I see your solutions but I hadn’t written nothing because I couldn’t see the questions written on the board and couldn’t ask for fears of mockery and laughter, when he noticed I had not done anything he asked why and in a low shaky voice I said “I can’t see what’s written on the board” he got so angry and shouted are you blind, immediately, I started to cry even before my classmates
began to laugh and tease me. That day I got home so down I couldn’t do anything I was angry at everybody and everything around me, I lost myself to anger, for the first time I gave up on myself and considered suicide I had gone to kitchen picked up a table knife and taken it to my room closed the door, set down crying about but I couldn’t hurt myself and my family I remembered how my mum had told me she had an Albino son who died after birth and I remembered the pains in her eyes then I thought about how she was when I was almost drowned to death I couldn’t bring myself to imagine how she would be when she knows I killed myself. I just couldn’t take my own life because as an 11 years old I know what pain is and how difficult it is to live with pains in my heart then and there I started to speak to myself my heart and my mind started to have a conversion:

Heart: I want to die but I cant kill myself.
Mind: you have to keep fighting don’t give up think of your family make them proud don’t let other people define and determine your happiness, they don’t deserve to hold such a sensitive position in your life, make an advantage of your abnormalities, create a platform for yourself and don’t let people see your weakness, fight back with your last breath, you are only 11 years old but you possess what a 20 years old doesn’t have, you have read you have learned use your head to improvise, strategise and provoke
the you in you that deserves to live a happy life. Just at that moment I knew I had to keep fighting it was like there was someone talking to me but all I could hear was my voice. I picked up my desires, determinations, my pains, my abnormalities, and my broken self and I put them all into my fight and struggles. Getting to school the next day I had a straight smiling face obviously I could see everyone was surprised even my family but no one asked why but I knew my mum knew I had picked up myself. In my mathematics class that day when I was called blind eyed girl I had simply stood up and shouted do I look like I am blind to you and everyone was quiet honestly the silence had scared me but I didn’t show my fear and for the first time I knew I had the attention I wanted and everything changed I was in control of myself no one teased me to my face constantly but there came some days when I did just forget my strong part and cry so hard but I definitely was in control of my life.

Info

Diarista

Joy Ehikioya
23 anni , Nigeria

Questa è una storia di violenze, di superstizioni ancestrali, e ancora di violenze. È anche una storia di emigrazione involontaria, qualcosa di prossimo alla deportazione. È, infine, la storia della riacquisizione del proprio vero nome: reclamato, reimparato.

Ma andiamo con ordine.

Azzurra  – questo il nom de plume scelto dall’autrice – nasce nel 1997 in Nigeria. È l’ultima di quattro figli: due fratelli, una sorella, infine lei. La famiglia non potrebbe essere più completamente felice. Certo, c’è un po’ di preoccupazione, perché l’ultima nata, al pari della sorella, è albina. E in Nigeria gli albini sono malvisti:  emarginati, discriminati, in alcuni casi perfino perseguitati.

Azzurra si accorge presto della sua eccezionalità. I genitori le dedicano attenzioni speciali, cercando di ridurre al minimo i suoi contatti con il mondo esterno; il mondo esterno, dal canto suo, non perde occasione di mostrarle crudeltà. Anche gli altri bambini sono potenzialmente letali, per lei: bullismo, minacce, violenze mascherate da giochi. Anche i bambini, d’altronde, respirano l’aria degli adulti: ed è un’aria di antiche superstizioni, credenze stregonesche che indicano lei, l’albina, come quella sbagliata, quella che “lì non dovrebbe stare”.

Lei, dal canto suo, non ha mai pensato di essere fuori posto. Ha avuto la fortuna – lo ripete più volte, nel suo scritto – di nascere all’interno di una famiglia numerosa e molto unita. Gli altri la emarginano, la discriminano? Cambia scuola, cambia città, ricomincia altrove. Non basta.

Nella storia di Azzurra arrivano i giorni in cui rimpiangere il tempo in cui era “soltanto” emarginata, “soltanto” discriminata. Arriva un giorno in cui un gruppo di fanatici la rapisce e la riduce a oggetto di sacrificio sull’altare di chissà quale folle dio.

Azzurra è tenuta prigioniera. Azzurra subisce ripetuta violenza.

La fuga miracolosa, lanciandosi da una finestra sui cocci di bottiglia, è la triste prefigurazione di quanto avverrà da lì a poco. È scappata dal male per finire nel peggio. Nuove violenze, se possibile più atroci delle precedenti.

Di mano in mano finisce in Libia, viaggiando di notte chiusa nel bagagliaio di un’auto. L’ultimo dei suoi aguzzini ha un pentimento, e decide di aiutarla a recarsi in Italia, non potendo – chissà perché, poi – ricondurla alla sua famiglia in Nigeria.

Chi parte verso l’Europa, specie se donna, ha una certa consapevolezza dei pericoli cui va incontro. Perché oltre alla sete e alla fame del deserto, oltre agli stenti, oltre alle ruberie e ai ricatti dei trafficanti, oltre alla corruzione e alle botte delle guardie di ogni Stato, residua una violenza ad hoc, rivolta a lei in quanto donna. Chi parte mette in conto tutto questo, prega che il caso la salvi almeno dall’essere stuprata.
Azzurra non aveva messo in conto nulla di tutto ciò, perché semplicemente non aveva messo in conto di partire.
Eppure si ritrova in un barcone, e poi in Italia, dove le molte ferite esterne le vengono finalmente medicate. A quelle interne sta tuttora lavorando. Da un po’ di tempo, Azzurra ha ricominciato a chiamarsi Joy, Gioia, che è il suo vero nome, esattamente quello che le spetta.