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Ferito in fuga

Ibrahim Khaleel Jalloh
Italiano
Italiano

Sono rimasto in Ospedale per dodici giorni; i medici non poterono fare assolutamente niente per me! Mi consigliarono di trasferirmi a Tripoli in un ospedale piu attrezzato, si rendevano conto però che gli Asma Boys mi avrebbero ucciso se mi avessero rivisto, mi diedero quindi un telefono col quale telefonai ad un mio amico che vive Zuwara.
Il mio amico mandò un taxi per venirmi a prendere.

Quando arrivai a Zuwara chiamai la mia famiglia: mio padre cercò di convincermi di tornare indietro oppure di andare a farmi curare in ospedali piu attrezzati che si trovavano in paesi confinanti con la Libia, mi consigliò comunque di non rimanere dove mi trovavo perché gli Asma Boys erano sparsi in tutta la città.
Nei giorni seguenti ho cercato di andare via della Libia, ma non mi è stato possibile.
Io ero convinto che la morte ormai per me stava per arrivare, pregavo per morire subito: non riuscivo a sopportare i dolori lancinanti che avevo, continuavo anche a perdere sangue, ero senza forze, e non vedevo una soluzione, la morte sarebbe stata La soluzione migliore!

I miei amici mi incoraggiavano, non mi hanno mai abbandonato! Cercavano di convincermi di cercare di andare in Italia, ma questa soluzione era allora per
me impossibile e pericolosa: ero troppo debole!

Mi rendevo conto però che non avevo alternative: Venire in Italia era l’unica possibile soluzione, dovevo assolutamente farmi coraggio e correre tutti i rischi che la decisione comportava! I miei amici con[tatta]rono un trafficante in Zuwara ed il giorno seguente mi sono trovato quasi per miracolo in mezzo al mare in un barcone.
Prima di partire sono rimasto sulla spiaggia per due giorni, senza cibo, e senza una coperta per coprimi dal freddo intenso.

Info

Diarista

Ibrahim Khaleel Jalloh
21 anni , Liberia

Si può dire che Ibrahim sperimenti la fuga sin dalla culla. Nel 1999, quando nasce, il suo Paese –la Liberia- è piagato dall’ennesima guerra civile. La famiglia Jalloh deve riparare in Costa d’Avorio fino alla fine del conflitto.
Il rientro in Liberia è altrettanto traumatico: non ci sono abbastanza soldi per vivere, e la madre di Ibrahim, originaria della Guinea, ritorna dai genitori. Vorrebbe portare Ibrahim con sé, ma il padre si oppone: il bambino laggiù non avrebbe modo di studiare, e l’educazione viene prima di ogni cosa: è il diritto al futuro.
Nonostante la separazione dalla mamma, tutto sembra andare per il meglio finché Ibrahim e il padre non sono raggiunti dalla seconda moglie di questo, che si comporta proprio come la matrigna delle fiabe.
Mettendo da parte un po’ di soldi, il ragazzo prepara la fuga. Ha soltanto sedici anni.
Dalla Liberia alla Costa d’Avorio, quindi in Burkina Faso, poi in Niger. Dal Niger, dopo una settimana di viaggio trascorsa senza acqua né cibo, è in Libia.
Qui Ibrahim viene rapito per due volte dagli “Asma boys”, un gruppo criminale che controlla i luoghi degli arrivi dal deserto per sequestrare i migranti e chiederne il riscatto alle famiglie d’origine. La seconda fuga dalla prigionia gli procura una ferita alla gamba che lo porta molto vicino alla morte: il proiettile passa da parte a parte forando tendini e nervi.
Viene salvato e portato in ospedale solo molte ore più tardi. Gli amici gli suggeriscono di contattare un trafficante e partire per l’Europa il prima possibile. È quanto fa.
In Sicilia viene finalmente curato in ospedale e può finalmente rimettersi in piedi. Quindi è accolto presso una struttura nel ragusano. “Avevo quasi l’impressione di essere atteso: per loro era un piacere vedermi vivo“, scrive, con stupore e riconoscenza.