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Il viaggio della liberazione

Joy Ehikioya
Italiano
Inglese

Tutto continuava nello stesso modo, ogni giorno. Finché uno degli uomini è entrato da solo nella stanza, si è seduto e ha cominciato a parlarci in inglese. Ero sorpresa ma non interessata a ciò che aveva da dire. Lo vedevo, insieme agli altri, come il diavolo. Cominciò a supplicare il nome di Allah che lo perdonasse per ciò che aveva fatto. Non ero mossa a compassione dalle sue parole, per nulla. Avevo visto dei video in cui dei musulmani uccidevano in nome di Allah. Ci chiedeva come mai eravamo finite in mano di persone che ci avevano svendute a lui e ai suoi amici. Era interessato alle mie risposte ma io non ero interessata a lui e alle sue domande. Uscì per prenderci cibo e alcune medicine, antibiotici precisamente, che per paura di ripercussioni presi e cominciai a spiegare come tutto era cominciato.

Non ero in grado di ricordare tutto ma lui capiva e continuava a chiedere perdono. Uscì in lacrime, ma prima di uscire promise di aiutarci tutte individualmente. Sperando e pregando per un domani migliore, tornò qualche ora più tardi con un velo e un vestito lungo blu. Un bellissimo vestito blu che mi diede e mi chiese di indossare. Il cuore ricominciò a battere veloce. Cominciai a singhiozzare e lui mi chiese di smettere di piangere, perché non avrebbe potuto aiutarmi a tornare a casa ma mi avrebbe dato una mano per farmi salire su una barca che salpava verso l’Italia, attraverso il Mediterraneo. Ero ammutolita. Non avevo mai sentito di questo viaggio e sapevo che era illegale farlo senza un visto o un passaporto. Ma mi sembrava comunque una liberazione. Mi vestì e raggiungemmo la sua macchina, viaggiando per ore finché non sentì il suono delle onde e mi resi conto che eravamo vicini al mare.

Ci fermammo in un punto e continuammo a piedi. Con mia sorpresa incontrammo altri arabi e altre persone per lo più nere sedute sulla sabbia con il sorriso in faccia. Ma la mia paura era tornata ed ero spaventata perché non sapevo cosa sarebbe successo dopo. Mi diedero indicazioni di sedere tra la folla e qualche minuto dopo l’uomo arabo che mi aveva comprata mi chiamò e mi disse in un inglese poco gentile e arcaico che mi avrebbero messa su quella barca in viaggio per l’Italia, accanto a tutte quelle persone, e che quando sarei arrivata in Italia mi avrebbero trattata bene, si sarebbero presi cura di me, ma che avrei dovuto spiegare bene alle persone in Italia tutto ciò che mi era successo e che loro avrebbero saputo cosa fare per aiutarmi.

Non sapevo se mi stava dicendo la verità ma mi sembrava onesto, continuò a scusarsi ancora e gli dissi che lo perdonavo solo se non mi stava vendendo un’altra volta a qualcun altro. Andammo tutti sulla barca e mi accorsi subito che eravamo tutti africani. Non riuscivo a capire il perché ma ognuno stava pregando di raggiungere l’Italia sano e salvo. Dopo due notti in mare fummo recuperati dalle pattuglie italiane, suppongo, e portati a riva il giorno dopo.

Seppi allora che era il 31 luglio 2016.

Everything continued for every each day until one of the men came alone looking weak and remorseful bringing a chair along inside the room, he sad down and began to speak to us in English I was surprised and not interested in what he had to say I saw him and the others as devils he started to plead in Allahs name for forgiveness what he has done to us, I wasn’t really moved by his words because I had watched clips where muslims kills in Allahs name but then he went forward to ask us how we had ended up in the care of people who sold us to him and his friends he was interested in listening to me but I wasn’t interested, he left to bring food and some medicine antibiotics precisely out of fear I had used them and I started to explain how everything has started not being able to remember absolutely everything but he understood and further pleaded for forgiveness. He left almost in tears but before he left he promised to help us all individually. Hoping and praying for a better tomorrow he returned hours later with a veil and long blue dress a beautiful
dress he gave them to me to put on and my hearts began to beat fast I started to sob he told me to stop crying that he was going to help me though he said he couldn’t help me get home but he could put me on a boat to Italy on the Mediterranean sea, I was dumpstruck I had never heard of such a travel and I figured it was illegal without a visa or a passport but then I was happy liberation at last. I dressed on the clothing and we set off in his car driving for hours until I could hear waves and I knew we were somehow near the sea. We stopped at some point and started off on foot surprisingly we met other arab men and other people mostly blacks seated on the sand with smiles on their faces but my fear had returned I was scared I couldn’t tell what will happen to me next I was instructed to sit among the other crowd minutes later the arab man who had brought me called me out and said to me in an unclear english accent that I will be put on the boat to Italy alongside this people and when I get to Italy I would be well treated and taken care of but I should make sure to explain to the people in Italy everything that had happened to me that they know what to do to help me. I wasn’t sure if he was telling the truth but then he sounded honest he went further to apologies again and I told him I forgive him if he was not selling me to someone else We all got on the boat but I notices we were all Africans I couldn’t understand why but everyone was praying to get in Italy safely. After two nights on the sea we were rescued by the Italia sea patrols I suppose and taken to dry land days later where I got to know it was the 31st day in July 2016.

Info

Diarista

Joy Ehikioya
23 anni , Nigeria

Questa è una storia di violenze, di superstizioni ancestrali, e ancora di violenze. È anche una storia di emigrazione involontaria, qualcosa di prossimo alla deportazione. È, infine, la storia della riacquisizione del proprio vero nome: reclamato, reimparato.

Ma andiamo con ordine.

Azzurra  – questo il nom de plume scelto dall’autrice – nasce nel 1997 in Nigeria. È l’ultima di quattro figli: due fratelli, una sorella, infine lei. La famiglia non potrebbe essere più completamente felice. Certo, c’è un po’ di preoccupazione, perché l’ultima nata, al pari della sorella, è albina. E in Nigeria gli albini sono malvisti:  emarginati, discriminati, in alcuni casi perfino perseguitati.

Azzurra si accorge presto della sua eccezionalità. I genitori le dedicano attenzioni speciali, cercando di ridurre al minimo i suoi contatti con il mondo esterno; il mondo esterno, dal canto suo, non perde occasione di mostrarle crudeltà. Anche gli altri bambini sono potenzialmente letali, per lei: bullismo, minacce, violenze mascherate da giochi. Anche i bambini, d’altronde, respirano l’aria degli adulti: ed è un’aria di antiche superstizioni, credenze stregonesche che indicano lei, l’albina, come quella sbagliata, quella che “lì non dovrebbe stare”.

Lei, dal canto suo, non ha mai pensato di essere fuori posto. Ha avuto la fortuna – lo ripete più volte, nel suo scritto – di nascere all’interno di una famiglia numerosa e molto unita. Gli altri la emarginano, la discriminano? Cambia scuola, cambia città, ricomincia altrove. Non basta.

Nella storia di Azzurra arrivano i giorni in cui rimpiangere il tempo in cui era “soltanto” emarginata, “soltanto” discriminata. Arriva un giorno in cui un gruppo di fanatici la rapisce e la riduce a oggetto di sacrificio sull’altare di chissà quale folle dio.

Azzurra è tenuta prigioniera. Azzurra subisce ripetuta violenza.

La fuga miracolosa, lanciandosi da una finestra sui cocci di bottiglia, è la triste prefigurazione di quanto avverrà da lì a poco. È scappata dal male per finire nel peggio. Nuove violenze, se possibile più atroci delle precedenti.

Di mano in mano finisce in Libia, viaggiando di notte chiusa nel bagagliaio di un’auto. L’ultimo dei suoi aguzzini ha un pentimento, e decide di aiutarla a recarsi in Italia, non potendo – chissà perché, poi – ricondurla alla sua famiglia in Nigeria.

Chi parte verso l’Europa, specie se donna, ha una certa consapevolezza dei pericoli cui va incontro. Perché oltre alla sete e alla fame del deserto, oltre agli stenti, oltre alle ruberie e ai ricatti dei trafficanti, oltre alla corruzione e alle botte delle guardie di ogni Stato, residua una violenza ad hoc, rivolta a lei in quanto donna. Chi parte mette in conto tutto questo, prega che il caso la salvi almeno dall’essere stuprata.
Azzurra non aveva messo in conto nulla di tutto ciò, perché semplicemente non aveva messo in conto di partire.
Eppure si ritrova in un barcone, e poi in Italia, dove le molte ferite esterne le vengono finalmente medicate. A quelle interne sta tuttora lavorando. Da un po’ di tempo, Azzurra ha ricominciato a chiamarsi Joy, Gioia, che è il suo vero nome, esattamente quello che le spetta.