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"L'impressione di essere atteso"

Ibrahim Khaleel Jalloh
Italiano
Italiano

Il mattino del terzo giorno abbiamo iniziato il Viaggio che ci avrebbe portato in Italia.
Dopo poche ore una nave, SOS, ci prese a bordo e nel pomeriggio dello stesso giorno siamo arrivati in Italia.

Sono stato subito trattato bene, avevo quasi l’impressione di essere atteso: per loro era un piacere Vedermi Vivo, dopo aver raccontato le mie avventure mi dicevano che era un miracolo se ero ancora vivo.
Io mi sono persuaso che non[o]stante le mie avventure, per me non era ancora tutto finito! Sono stato rifocillato: per me iniziava una nuova vita.
Il giorno seguente sono stato ricoverato all’Ospedale di Lentini dove sono rimasto per una notte, sono stato quindi ricoverato a Catania dove finalmente la mia gamba destra ha avuto cure adeguate, l’emorragia che avevo è stato finalmente fermata, mi hanno insomma rimesso a nuovo!
Dopo cinque giorni la mia gamba, era stata curata in modo tale, da riuscire a stare in piedi; il risultato delle analisi era positivo, e sono stato trasferito in un campo chiamato Casa Freedom a Priolo Gargallo dove sono rimasto per qualche settimana, quindi sono arrivato a Pachino ospitato nella struttura Albero Della Vita.
In questa struttura mi sembra di essere finalmente a casa, mi trattano come un figlio, si preoccupano
se non mi nutro abbastanza, si preoccupano della mia educazione, mi mandano a scuola, cercano insomma di darmi un futuro, attualmente mi stanno facendo sperare e credere che il mio futuro non è poi così cupo come lo vedevo prima!

Info

Diarista

Ibrahim Khaleel Jalloh
21 anni , Liberia

Si può dire che Ibrahim sperimenti la fuga sin dalla culla. Nel 1999, quando nasce, il suo Paese –la Liberia- è piagato dall’ennesima guerra civile. La famiglia Jalloh deve riparare in Costa d’Avorio fino alla fine del conflitto.
Il rientro in Liberia è altrettanto traumatico: non ci sono abbastanza soldi per vivere, e la madre di Ibrahim, originaria della Guinea, ritorna dai genitori. Vorrebbe portare Ibrahim con sé, ma il padre si oppone: il bambino laggiù non avrebbe modo di studiare, e l’educazione viene prima di ogni cosa: è il diritto al futuro.
Nonostante la separazione dalla mamma, tutto sembra andare per il meglio finché Ibrahim e il padre non sono raggiunti dalla seconda moglie di questo, che si comporta proprio come la matrigna delle fiabe.
Mettendo da parte un po’ di soldi, il ragazzo prepara la fuga. Ha soltanto sedici anni.
Dalla Liberia alla Costa d’Avorio, quindi in Burkina Faso, poi in Niger. Dal Niger, dopo una settimana di viaggio trascorsa senza acqua né cibo, è in Libia.
Qui Ibrahim viene rapito per due volte dagli “Asma boys”, un gruppo criminale che controlla i luoghi degli arrivi dal deserto per sequestrare i migranti e chiederne il riscatto alle famiglie d’origine. La seconda fuga dalla prigionia gli procura una ferita alla gamba che lo porta molto vicino alla morte: il proiettile passa da parte a parte forando tendini e nervi.
Viene salvato e portato in ospedale solo molte ore più tardi. Gli amici gli suggeriscono di contattare un trafficante e partire per l’Europa il prima possibile. È quanto fa.
In Sicilia viene finalmente curato in ospedale e può finalmente rimettersi in piedi. Quindi è accolto presso una struttura nel ragusano. “Avevo quasi l’impressione di essere atteso: per loro era un piacere vedermi vivo“, scrive, con stupore e riconoscenza.

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