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Pezzi di vetro

Joy Ehikioya
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Andarono via promettendo che mi avrebbero portato da mangiare e riaccompagnato a casa subito dopo. Uscirono. Io esaminai la stanza per trovare una via di fuga, ma non riuscì a individuare nulla. Stavo per rinunciare quando vidi qualcosa che assomigliava a una finestra. Mi ci volle un po’ per sciogliere le corde alle mani e alle gambe. Dissi una velocissima preghiera chiedendo a Dio di assistermi e fortunatamente per me la finestra non fu così difficile da aprire. Scoprii subito che mi trovavo in un edificio non finito. Un edificio a due piani, a due chilometri dalla strada. Riuscivo a sentire le auto passare, i clacson di camion enormi. Ero certa ci fosse una superstrada. L’edificio incompleto era circondato da arbusti. All’inizio avevo paura a saltare giù, ma sapevo che la mia vita dipendeva da quel salto. Occhi chiusi e saltai.

Sbattei così forte sul terreno che le mie braccia e le mie gambe mi fecero malissimo. Mi accorsi subito che ero atterrata su un cumulo di bottiglie di vetro rotte. Un grosso pezzo di bottiglia si era conficcato sotto il mio ginocchio, il mio braccio sinistro sanguinava e anche vicino al mio orecchio destro c’era un taglio. Tutto mi faceva male, ero fradicia del mio stesso sangue ma pregavo Dio che mi desse forza. Mi mossi strisciando sull’erba, rotolando sulla legna e cercando di sopportare il dolore senza emettere alcun suono. Il sole stava tramontando e dovevo fare in fretta, prima che venisse buio.

Arrivai sulla strada ma nessuno si fermava per chiedermi cosa fosse successo o chi giacesse senza speranza sull’asfalto. Non potevo farcela. Non più. Ero disidratata e svenni. Mi svegliai in una stanza illuminata non ricordando cosa fosse successo. Chiesi di mia madre e una donna mi si avvicinò sorridendo. Mi aiutò a calmarmi e mi disse che lei e suo fratello mi avevano raccolto lungo Soka road side a Ibadan, insanguinata e malmessa, e non potevano lasciarmi morire lì.

Mi caricarono in macchina, mi lavarono e rimossero il pezzo di vetro che avevo nella gamba. La donna mi disse che non poteva chiamare la polizia perché avrebbero avuto grossi problemi che io potevo capire. D’accordo con lei, mi ci vollero due giorni per riprendermi. Lei mi chiese cosa fosse successo ma non riuscivo a ricordarmi nulla. L’unica cosa che ricordavo era che i miei genitori vivevano a Lagos State e lei mi promise di riportarmi a casa appena suo fratello fosse tornato. Le chiesi dove fossimo e lei mi risposte “A Kano” e che loro stavano viaggiando quando mi hanno trovata e che avrebbero ripreso a viaggiare dopo avermi riaccompagnata a casa. Mi sentii sollevata: le mie ferite erano medicate, avevo ricevuto cibo e medicine.

Suo fratello tornò e al primo impatto mi sembrò simpatico, ma quella sera stessa i due cominciarono a litigare. Non saprei dire su cosa, ma non mi sentivo completamente a mio agio. La mattina seguente chiesi alla donna quando mi avrebbero riportata a casa. Prima mi disse subito, dopo qualche ora mi disse che avrei dovuto seguirla nel suo viaggio. Le chiesi il perché e rispose che si trattava della mia sicurezza. In quel momento suo fratello rientrò, arrabbiato, e uscirono entrambi riprendendo a discutere. La donna tornò in casa, mise insieme le sue cose, e uscì dalla porta. Fu l’ultima volta che la vidi.

I knew I had to try and escape because something wasn’t right in them being nice, they left minutes promising to bring me food and take me home after they left I scanned the room for an escape room but I couldn’t find any I was almost giving up when I noticed something like a window, it took me some time to loosen the ropes on my hands and legs I said a quick short prayer calling on God for assistance luckily for me the window wasn’t so hard to open but then I discovered I was on uncompleted building a two story building 2 km away from the main road I could hear cars passing horns of big trucks I knew there was an express road near by the uncompleted building was surrounded by bushes, at first I was so scared to dump but then my life depended on it.

Eyes closed I finally dumped hitting the ground so hard my arms and legs hurt I discovered I landed on broken bottles a large piece of a broken bottle stuck below my left kneel my left arm bleeding and close to my right ear was also a cut everywhere was hurting I was soaked in my own blood but I prayed to God for strength and I kept moving crawling on the grass tumbling on woods fighting so hard to endure the pains and not make a sound. Sun was setting I needed to move faster at nightfall I arrived on the road but no one would stop to know what had happened or who was lying lifelessly on the ground I couldn’t hold on any longer I was drained I passed out.

I woke up in a lighted room not remembering what had happened I kept requesting for my mum and a woman came to me smiling she helped me calm down and told she and her brother had picked me up along “Soka” roadside in Ibadan, blood soaked and badly injured they couldn’t leave me there to die they had to put me in the car, cleaning me up and removing the piece of glass on my leg she had said they couldn’t call the police because they would be in great trouble which I understood. According to her it had taken me two days to wake she asked what had happened but I couldn’t remember nothing the only thing I could remember was that my parents live in Lagos state she promised to take me home as soon as her brother got back I asked her where are we she said in Kano because she was travelling when they found me but now she as to take me home before travelling I felt relieved my wounds were treated I was given food and medicines, her brother got back he seemed nice at first but later that night the woman and her brother started to argue I couldn’t tell about what I wasn’t comfortable the next morning I asked the woman when I would be taken home at first she said soon then hours later she said I have to come with her to her travelling but I asked her why she said it was for my safety just then her brother came inside he got angry and they went 60 61 outside and started arguing again the woman came inside packed her bag avoiding to look at me and she left that was the last time I saw her.

Info

Diarista

Joy Ehikioya
23 anni , Nigeria

Questa è una storia di violenze, di superstizioni ancestrali, e ancora di violenze. È anche una storia di emigrazione involontaria, qualcosa di prossimo alla deportazione. È, infine, la storia della riacquisizione del proprio vero nome: reclamato, reimparato.

Ma andiamo con ordine.

Azzurra  – questo il nom de plume scelto dall’autrice – nasce nel 1997 in Nigeria. È l’ultima di quattro figli: due fratelli, una sorella, infine lei. La famiglia non potrebbe essere più completamente felice. Certo, c’è un po’ di preoccupazione, perché l’ultima nata, al pari della sorella, è albina. E in Nigeria gli albini sono malvisti:  emarginati, discriminati, in alcuni casi perfino perseguitati.

Azzurra si accorge presto della sua eccezionalità. I genitori le dedicano attenzioni speciali, cercando di ridurre al minimo i suoi contatti con il mondo esterno; il mondo esterno, dal canto suo, non perde occasione di mostrarle crudeltà. Anche gli altri bambini sono potenzialmente letali, per lei: bullismo, minacce, violenze mascherate da giochi. Anche i bambini, d’altronde, respirano l’aria degli adulti: ed è un’aria di antiche superstizioni, credenze stregonesche che indicano lei, l’albina, come quella sbagliata, quella che “lì non dovrebbe stare”.

Lei, dal canto suo, non ha mai pensato di essere fuori posto. Ha avuto la fortuna – lo ripete più volte, nel suo scritto – di nascere all’interno di una famiglia numerosa e molto unita. Gli altri la emarginano, la discriminano? Cambia scuola, cambia città, ricomincia altrove. Non basta.

Nella storia di Azzurra arrivano i giorni in cui rimpiangere il tempo in cui era “soltanto” emarginata, “soltanto” discriminata. Arriva un giorno in cui un gruppo di fanatici la rapisce e la riduce a oggetto di sacrificio sull’altare di chissà quale folle dio.

Azzurra è tenuta prigioniera. Azzurra subisce ripetuta violenza.

La fuga miracolosa, lanciandosi da una finestra sui cocci di bottiglia, è la triste prefigurazione di quanto avverrà da lì a poco. È scappata dal male per finire nel peggio. Nuove violenze, se possibile più atroci delle precedenti.

Di mano in mano finisce in Libia, viaggiando di notte chiusa nel bagagliaio di un’auto. L’ultimo dei suoi aguzzini ha un pentimento, e decide di aiutarla a recarsi in Italia, non potendo – chissà perché, poi – ricondurla alla sua famiglia in Nigeria.

Chi parte verso l’Europa, specie se donna, ha una certa consapevolezza dei pericoli cui va incontro. Perché oltre alla sete e alla fame del deserto, oltre agli stenti, oltre alle ruberie e ai ricatti dei trafficanti, oltre alla corruzione e alle botte delle guardie di ogni Stato, residua una violenza ad hoc, rivolta a lei in quanto donna. Chi parte mette in conto tutto questo, prega che il caso la salvi almeno dall’essere stuprata.
Azzurra non aveva messo in conto nulla di tutto ciò, perché semplicemente non aveva messo in conto di partire.
Eppure si ritrova in un barcone, e poi in Italia, dove le molte ferite esterne le vengono finalmente medicate. A quelle interne sta tuttora lavorando. Da un po’ di tempo, Azzurra ha ricominciato a chiamarsi Joy, Gioia, che è il suo vero nome, esattamente quello che le spetta.