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Sacrificata

Joy Ehikioya
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Tutto procedeva bene. Giornate positive e negative, brutte e meravigliose finché la mia vita ha dato una sterzata in quel gennaio 2016, poco dopo Natale. Era fine gennaio, un giovedì mattina, mi svegliai come sempre e mi preparai per la mia solita corsa mattutina delle 6.30. Uscivo a quell’ora perché tutti dormivano ancora e rientravo alle 7.30. Un’ora sola per correre nel mio quartiere, essendo sicura di non allontanarmi troppo e poter tornare in caso di bisogno. Sempre gli auricolari alle orecchie, ero solo a due isolati da casa pronta a raggiungere il terzo isolato per poi girarmi e rientrare. Improvvisamente mi trovai faccia a terra, sentii un colpo ma non sapevo cosa mi avesse buttato per terra. Avevo gli occhi aperti ma non riuscivo a vedere molto, solo tre uomini che mi trascinavano nel baule di una macchina. Non sono riuscita ad opporre resistenza e ad un certo punto sono svenuta.

Riuscivo a sentire quattro persone che discutevano, ma non capivo cosa stessero dicendo finché non ho aperto gli occhi e ho scoperto che non ero svenuta né stavo sognando. Non riuscivo a vedere nulla perché ero in un luogo buio, mani e piedi legati dietro e non c’era una parte di me che non mi facesse male. I nodi erano troppo stretti, ho chiamato mia madre, mio padre, i miei fratelli e mia sorella ma nessuna risposta se non una voce che urlava in lingua yoruba “dake enu e” e un calcio secco sul mio stomaco. La violenza di quel calcio mi toglieva il fiato, al punto che mi sembrava di morire, per solo dio sa quanto tempo. Svenni. Mi svegliarono con un secchio d’acqua fredda che mi fece rabbrividire. Completamente sveglia capii dove fossi e perché i nodi fossero così stretti.

Ero in una stanza piena di diversi tipi di scheletri e di immagini di idoli appese. Capì subito che stava accadendo ciò da cui i miei genitori stavano tentando di scappare. Non riuscivo a fermare le lacrime, stavo andando fuori di testa. Stavo per essere usata come sacrificio per un idolo affamato che non esiste. Un idolo che l’uomo ha creato non so a che proposito. I miei pensieri furono bruscamente interrotti quando uno di quegli uomini mi disse con espressione supplicante in lingua yoruba che io capivo perfettamente “Afin jor Je ki or e kpese owo fun wa o jor ma je ka Ji ya ku, kpese owo nla fun wa” cioè “Albina per piacere fai che la tua testa ci porti molto denaro, fai che per noi non ci sia sofferenza per il resto della nostra vita, portaci molti soldi per piacere”.

Solo allora realizzai che stavo per essere usata per un rituale a favore della ricchezza. Le mie lacrime aumentarono, pensai alla mia famiglia, a mia madre e al dolore che stava provando in quel momento e sperai in un miracolo. Invece in quel momento successe altro.

Uno di quegli uomini cominciò a sciogliere i nodi sulle mie gambe e per un attimo pensai che, per compassione, avesse cambiato idea. Ma dall’altra parte vidi un altro uomo spogliarsi. Sapevo che era finita e sperai in una morte naturale. Non avrei mai immaginato che sarei stava violentata da due uomini. Non potevo oppormi, ero allo stremo già prima che iniziasse lo stupro. Stavo per svenire, ma la violenza e la brutalità del primo uomo mi riportò in vita con un colpo che mi sembrò inflitto più al cuore che altrove. Tutto cominciò a scivolarmi via dalla mente, l’unica cosa che vedevo era la me brutalizzata da due uomini per tanto tanto tempo. La verginità che Dio mi aveva consegnato in pace mi era stata rubata e riconsegnata a brandelli e con dolore. Ero lacerata, distrutta, brutalmente abusata.

Le parole non possono spiegare il dolore che provo mentre scrivo. Scriverle su questo foglio è come riviverle, mi sembra ieri.

Finalmente sono andati via e ho pianto così tanto da addormentarmi. Prima di andarsene hanno usato un panno bianco per pulire il sangue che avevo addosso e con cura l’hanno messo in una zucca. Poi mi hanno legata di nuovo, ma questa volta non così stretta. Mi sono riaddormentata e quando mi sono svegliata c’era un uomo vecchio che stringeva in mano la zucca e pronunciava formule di incantesimi guardandomi.

Everything continued good, bad, ugly, beautiful days until my life took a drastic turn around in January shortly after Xmas late January on a Thursday morning I woke up as always got dressed for my usual morning jog at 6.30 am because not everyone was awake at that time usually I return home at 7.30 am after the jogs just an hour of jogging around my neighborhood making sure not to go so far away from home in case of necessities. As always headphones in my ears I was just two blocks from home planning on taking the third block then take a turn home, immediately I was on the ground I felt hit but I didn’t know what was on the ground felt hit but I didn’t know what has hit me laying on the ground eyes opened but I couldn’t see much just three men carrying me into the trunck of a car I couldn’t resist before I finally passed out in my dreams I could hear four people discussing but I couldn’t understand what it was they were saying until I opened my eyes and discovered I wasn’t dreaming I also noticed I couldn’t see nothing I was on blindfolds hands and legs tied backwards every part of me was hurting the ties where too tight I called out to my mum, dad, brothers and sisters but no response but instead a voice came yelling in yoruba language “dake ènu é” with a hard kick on my stomach the force of the kick had me struggling to breath before I finally passed out for only God how long I was woken up with a bucket of cold water making me shiver, fully awake I understood where I was because my blind folds was taken off.

A room filled with different kinds of skeletons and idol imagines and I knew what my parents have been running from was finally about to happen I couldn’t control my tears I was freaking out I’m about to be used as a sacrifice to a diety god that does not exist a man made god and for what purpose I don’t know, my thoughts was cut short when one of the men said to me with a pleading face in Yoruba language that I understood perfectly well “afin jor je ki orre kpese owofun wa o jor ma je kal ya ku, kpese owo nla fun wa” meaning “albina please let your head provide for us lots of money do not allow us suffer for the rest of our lives provide us with lots of money please”.

Just then did I realise I was going to be used for money making rituals my tears increased I thought of my parents my mum and the pains she would be going through at that time and I wished for a miracle to happen but instead at that time something else happened.  One of the men started to loosen the binds of my legs I thought they had change of heart until I saw the other man undressing then I knew it was over I wished for a natural death I had never imagined being raped not to say by two men I couldn’t resist I was already drifting away before the actual rape had began but the force and brutality of the first man brought me back to life with a pain like I was shot in the heart or something everything began to fade away from my memory all I could see was me being brutalized by two men for a long long time of turns my virginity given to me by God in peace was taken away from me in pieces and pains I was torn, shattered, brutally abused words cant explain the pains I feel now writing about these things the reoccurance making me feel like it was just yesterday.

Finally they left and I cried to sleep before they left they had used a white cloth to clean the bloods on me and had carefully placed it in a calabash then tying me back up but this time not so tight I slept and woke up to find an old man holding the same calabash and was saying some incantations barely looking at me.

Info

Diarista

Joy Ehikioya
23 anni , Nigeria

Questa è una storia di violenze, di superstizioni ancestrali, e ancora di violenze. È anche una storia di emigrazione involontaria, qualcosa di prossimo alla deportazione. È, infine, la storia della riacquisizione del proprio vero nome: reclamato, reimparato.

Ma andiamo con ordine.

Azzurra  – questo il nom de plume scelto dall’autrice – nasce nel 1997 in Nigeria. È l’ultima di quattro figli: due fratelli, una sorella, infine lei. La famiglia non potrebbe essere più completamente felice. Certo, c’è un po’ di preoccupazione, perché l’ultima nata, al pari della sorella, è albina. E in Nigeria gli albini sono malvisti:  emarginati, discriminati, in alcuni casi perfino perseguitati.

Azzurra si accorge presto della sua eccezionalità. I genitori le dedicano attenzioni speciali, cercando di ridurre al minimo i suoi contatti con il mondo esterno; il mondo esterno, dal canto suo, non perde occasione di mostrarle crudeltà. Anche gli altri bambini sono potenzialmente letali, per lei: bullismo, minacce, violenze mascherate da giochi. Anche i bambini, d’altronde, respirano l’aria degli adulti: ed è un’aria di antiche superstizioni, credenze stregonesche che indicano lei, l’albina, come quella sbagliata, quella che “lì non dovrebbe stare”.

Lei, dal canto suo, non ha mai pensato di essere fuori posto. Ha avuto la fortuna – lo ripete più volte, nel suo scritto – di nascere all’interno di una famiglia numerosa e molto unita. Gli altri la emarginano, la discriminano? Cambia scuola, cambia città, ricomincia altrove. Non basta.

Nella storia di Azzurra arrivano i giorni in cui rimpiangere il tempo in cui era “soltanto” emarginata, “soltanto” discriminata. Arriva un giorno in cui un gruppo di fanatici la rapisce e la riduce a oggetto di sacrificio sull’altare di chissà quale folle dio.

Azzurra è tenuta prigioniera. Azzurra subisce ripetuta violenza.

La fuga miracolosa, lanciandosi da una finestra sui cocci di bottiglia, è la triste prefigurazione di quanto avverrà da lì a poco. È scappata dal male per finire nel peggio. Nuove violenze, se possibile più atroci delle precedenti.

Di mano in mano finisce in Libia, viaggiando di notte chiusa nel bagagliaio di un’auto. L’ultimo dei suoi aguzzini ha un pentimento, e decide di aiutarla a recarsi in Italia, non potendo – chissà perché, poi – ricondurla alla sua famiglia in Nigeria.

Chi parte verso l’Europa, specie se donna, ha una certa consapevolezza dei pericoli cui va incontro. Perché oltre alla sete e alla fame del deserto, oltre agli stenti, oltre alle ruberie e ai ricatti dei trafficanti, oltre alla corruzione e alle botte delle guardie di ogni Stato, residua una violenza ad hoc, rivolta a lei in quanto donna. Chi parte mette in conto tutto questo, prega che il caso la salvi almeno dall’essere stuprata.
Azzurra non aveva messo in conto nulla di tutto ciò, perché semplicemente non aveva messo in conto di partire.
Eppure si ritrova in un barcone, e poi in Italia, dove le molte ferite esterne le vengono finalmente medicate. A quelle interne sta tuttora lavorando. Da un po’ di tempo, Azzurra ha ricominciato a chiamarsi Joy, Gioia, che è il suo vero nome, esattamente quello che le spetta.