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"Solo un dispetto"

Joy Ehikioya
Italiano
Inglese

Il tempo è passato gradualmente e io sono maturata e le mie domande hanno iniziato a trovare delle risposte.

Mi ricordo che quando avevo 8 anni, un sabato, i miei genitori decisero di portarci fuori per una nuotata tutti insieme, ovviamente tutti erano felici ma io in particolare ero euforica al punto che non riuscivo a contenere la mia felicità, perché finalmente stavo andando al parco a nuotare, potevo vedere altri bambini e forse giocare con loro, ma non immaginavo che quel giorno avrei fatto esperienza di qualcosa che non avrei mai dimenticato nella vita.

Andando al parco, io e i miei fratelli ci siamo cambiati ed eravamo pronti per nuotare e i miei genitori hanno detto al mio fratello più grande di tener d’occhio in piscina me e mio fratello minore, che allora aveva 4 anni, perché eravamo i più piccoli. Dopo un po’ di tempo che eravamo lì, in piscina, alcuni bambini sono andati via e altri nuovi sono arrivati. Io ero a bordo vasca, cercando di prendere fiato dopo una nuotata, e improvvisamente ho sentito uno strattone alle gambe e stavo affondando. Non potevo controllarmi perché tutto è stato improvviso e veloce, ma per mia fortuna mio fratello maggiore ha notato in tempo che qualcosa non andava e ha iniziato a cercarmi sott’acqua. Stando alle sue parole, ha visto un bambino di circa 10 anni che tratteneva qualcosa sott’acqua mentre delle bolle salivano in superficie e ha chiamato immediatamente i miei genitori che in pochi secondi hanno portato fuori dall’acqua il mio corpo quasi senza vita e hanno chiamato aiuto. Non è arrivata nessuna ambulanza e nessuno ha fatto niente, tutti stavano a guardare finché uno studente di medicina si è fatto avanti e ha aiutato i miei genitori. È riuscito a rianimarmi.

Mia madre mi disse che quando è stato chiesto al bambino perché avesse provato ad affogarmi lui ha risposto che mi stava solo facendo un dispetto. Dopo questo evento, ovviamente, mia madre non mi ha lasciato andare a scuola per un po’, lei è rimasta a casa, ha lavorato da casa e mi ha insegnato quello che sapeva, per qualche tempo; dopo essersi convinta che potevo aver dimenticato l’evento, ho ricominciato ad andare a scuola, anche se onestamente non ho mai smesso di pensare a me stessa mentre annegavo. Mesi dopo l’annegamento, ci siamo dovuti trasferire, ancora una volta, dal nostro appartamento in un altro ma non è cambiato nulla. Si era deciso così perché molte persone avevano iniziato a venire a trovarci a casa, non tanto per compassione o qualcosa del genere, ma per sapere se io fossi effettivamente sopravvissuta.

Time gradually passed and I increased in wisdom and my questions began to get answered when I was 8 years old I could remember on a Saturday my parents decided to take us all out for a swimming treat, obviously everyone was delighted but me in particular was
overjoyed I couldn’t restrain my happiness because finally I was going to the park to swim where I can see other children and maybe play with them but little I did know that on that day I was going to experience what I would never forget in my life. On getting to the park my siblings and I changed into our swimming clothes and my parents had told my older siblings to watch after me and my little brother who was 4 years old at that time in the pool because we were little. After some time in the pool other kids have left and some had just arrived I was at the edge trying to catch my breath after a swim, suddenly I felt a pull on my legs and I was drowning I couldn’t control myself everything was sudden and quick but lucky for me my older brother noticed on time that I was not in sight he started to search for me and according to him he saw a kid about 10 years old a boy holding something down in inside the pool with bubbles on the surface and immediately he called to my parents who in seconds where carrying my almost lifeless body out of the water and calling for help but no ambulance came and no one did nothing everyone just stood and watched until a medical student came forward and helped my parents, they were able to bring me to partial state of consciousness. My mom had said when the boy was asked why he tried to drown me he said he was just teasing me. After that event my mum wouldn’t let me go to the school she stayed home, worked from home and I taught me at home for some time after making sure I had maybe forgotten the event I started school but honestly I didn’t stop thinking about myself drowning. Months after the drowning event we had to move from our apartment to another one but we didn’t change. The apartment was changed because lots of people began to visit our home not for sympathy or anything but to know if I actually survived so my family thought of changing apartments to avoid further incidents.

Info

Diarista

Joy Ehikioya
23 anni , Nigeria

Questa è una storia di violenze, di superstizioni ancestrali, e ancora di violenze. È anche una storia di emigrazione involontaria, qualcosa di prossimo alla deportazione. È, infine, la storia della riacquisizione del proprio vero nome: reclamato, reimparato.

Ma andiamo con ordine.

Azzurra  – questo il nom de plume scelto dall’autrice – nasce nel 1997 in Nigeria. È l’ultima di quattro figli: due fratelli, una sorella, infine lei. La famiglia non potrebbe essere più completamente felice. Certo, c’è un po’ di preoccupazione, perché l’ultima nata, al pari della sorella, è albina. E in Nigeria gli albini sono malvisti:  emarginati, discriminati, in alcuni casi perfino perseguitati.

Azzurra si accorge presto della sua eccezionalità. I genitori le dedicano attenzioni speciali, cercando di ridurre al minimo i suoi contatti con il mondo esterno; il mondo esterno, dal canto suo, non perde occasione di mostrarle crudeltà. Anche gli altri bambini sono potenzialmente letali, per lei: bullismo, minacce, violenze mascherate da giochi. Anche i bambini, d’altronde, respirano l’aria degli adulti: ed è un’aria di antiche superstizioni, credenze stregonesche che indicano lei, l’albina, come quella sbagliata, quella che “lì non dovrebbe stare”.

Lei, dal canto suo, non ha mai pensato di essere fuori posto. Ha avuto la fortuna – lo ripete più volte, nel suo scritto – di nascere all’interno di una famiglia numerosa e molto unita. Gli altri la emarginano, la discriminano? Cambia scuola, cambia città, ricomincia altrove. Non basta.

Nella storia di Azzurra arrivano i giorni in cui rimpiangere il tempo in cui era “soltanto” emarginata, “soltanto” discriminata. Arriva un giorno in cui un gruppo di fanatici la rapisce e la riduce a oggetto di sacrificio sull’altare di chissà quale folle dio.

Azzurra è tenuta prigioniera. Azzurra subisce ripetuta violenza.

La fuga miracolosa, lanciandosi da una finestra sui cocci di bottiglia, è la triste prefigurazione di quanto avverrà da lì a poco. È scappata dal male per finire nel peggio. Nuove violenze, se possibile più atroci delle precedenti.

Di mano in mano finisce in Libia, viaggiando di notte chiusa nel bagagliaio di un’auto. L’ultimo dei suoi aguzzini ha un pentimento, e decide di aiutarla a recarsi in Italia, non potendo – chissà perché, poi – ricondurla alla sua famiglia in Nigeria.

Chi parte verso l’Europa, specie se donna, ha una certa consapevolezza dei pericoli cui va incontro. Perché oltre alla sete e alla fame del deserto, oltre agli stenti, oltre alle ruberie e ai ricatti dei trafficanti, oltre alla corruzione e alle botte delle guardie di ogni Stato, residua una violenza ad hoc, rivolta a lei in quanto donna. Chi parte mette in conto tutto questo, prega che il caso la salvi almeno dall’essere stuprata.
Azzurra non aveva messo in conto nulla di tutto ciò, perché semplicemente non aveva messo in conto di partire.
Eppure si ritrova in un barcone, e poi in Italia, dove le molte ferite esterne le vengono finalmente medicate. A quelle interne sta tuttora lavorando. Da un po’ di tempo, Azzurra ha ricominciato a chiamarsi Joy, Gioia, che è il suo vero nome, esattamente quello che le spetta.