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Sopravvissuta dell'albinismo

Joy Ehikioya
Italiano
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Sono nata il ventesimo giorno di novembre del 1997, in un esatto e particolare giovedì pomeriggio dopo che la pioggia aveva sfogato la sua rabbia violentemente sulla terra. Sono nata da una famiglia di sei persone in quel momento: mamma, papà, due maschi, una femmina e poi me, l’ultima neonata aggiunta alla famiglia che raggiungeva il numero 6. Se la mia nascita non è stata un evento molto lieto per la mia famiglia allargata, per la mia famiglia più stretta si trattava di una felicità attesa e normale, perché già un’altra persona albina era nata in famiglia: mia sorella più grande,  che il giorno della mia nascita aveva 6 anni e che era, anche lei, albina.

Vengo da una famiglia allargata e da un paese che non apprezza le persone con l’albinismo. Loro le vedono (le persone con albinismo) come affette da una malattia pericolosa, perciò non vogliono essere né associati a loro né visti mentre stanno insieme. L’arrivo di due persone albine nella stessa famiglia è concepito poi come un qualcosa che gli dei ancestrali hanno mandato ad alcune famiglie perché hanno commesso un’offesa al sacro. Gli albini sono una forma di punizione per i peccati commessi. Per questo quando nasce un bambino albino, questo viene preso e ammazzato per tentare di scongiurare il peggio oppure per evitare ulteriori problemi con gli dei ancestrali. Le cose si fanno ancora più complicate e peggiori quando due bambini albini nascono nella stessa famiglia, perché la cultura dice che si tratta di una doppia punizione inferta dagli dei degli antichi, quindi entrambi i bambini vengono presi e uccisi oppure viene preso e ucciso il più giovane e il più vecchio viene allontanato dalla comunità o dalla società e portato verso un’altra comunità o in un altro posto.

Parlare di me non è una delle cose più facili che abbia mai fatto, ma sono sicura che posso farcela a raccontarvi ciò che mi è successo e ancora mi sta succedendo. Prendo una penna e un foglio e mi chiedo da dove comincio, perché un sacco di cose sono successe e non è mai stato facile metterle insieme. Ma io sono abituata a sorridere e penso che sia giusto cominciare col presentare me stessa.

Quindi eccomi qui a raccontarvi tutto su di me, non perché voglia suscitare pena o pianti in mio nome. Credetemi, i miei giorni di dolore sono ormai passati. Vi racconto di me affinché possiate capire cosa significa lottare e non mollare, essere una sopravvissuta e non una vittima, lottare nelle grandi battaglie, piangere se piangere serve a non fermarsi e non mollare, rimanere calmi e concentrati.

Ohhhh Azzurra, presentati e basta parlare.

Sono Azzurra, una 19enne africana nigeriana nata il ventesimo giorno di novembre del 1997 dopo un pesante scatenamento di rabbia da parte della pioggia sulla terra, e ci tengo a dire che sono una sopravvissuta dell’albinismo. La maggior parte delle persone direbbe “vittima dell’albinismo” ma io preferisco dire “sopravvissuta dell’albinismo”, perché quel “sopravvissuta di” rende la mia storia molto più leggera e confortevole da raccontare.

Born on the 20 day of November 1997, on a very precise and particular Thursday evening after the rain had just finished venting its anger heavily on earth. Born to a family of 6 at that time, mother, father, 2 boys and girl then me the newly born addition to the family which makes the family six, at that time.

My birth wasn’t really an happy happening to my extended family but to my immediate family it was a very comfortable and normal kind of happiness to them but yet another Albin person has been born in the family. My older sister Fortune* who at that time of my birth was 6 years old and she is an albino. Basically I come from an extended family and a country that doesn’t appreciate people with albinism.They see them (people with albinism) to be caused and affected by a dangerous disease and there by they shouldn’t be associated with or seen around the environments. Two albin persons in a family is concerned as an absolutely huge curse from the ancestral gods and they say albinos are given to a family by the ancestral gods because that particular family have committed a sacred offense so therefore albinos are being given to them by the ancestral gods as a way of punishment for their sins. In these cases after the birth of the albin child, the child is been taken and killed to further reverse or avoid problems from the ancestral gods; things get a lot more complicated and worse when two Albin children are in one family because the culture says is a double course and problem from the ancestral gods to have two Albin children or people in one family so both kids are taken and killed instantly; this is done because they feel the older one came to life before the younger one so it is better for the young one to be killed and the older one taken far away from the community or society to another community or place.

Speaking of myself isn’t one of the easiest thing I have ever done but I’m sure I can manage and tell you everything that has happened and is still happening till this very moment. I pick up a pen and a paper and I wonder where do I start because a whole lot has happened and it has never been easy but I just smiled and he thought why don’t you start by introducing yourself, so here is me telling you everything about me not because I want you to feel pity or cry for me. Trust me, my days of sorrows are long gone. I’m telling you about me so you can understand what it means to fight and never give up, be a survival and not a victim, struggle with the challenges, cry If crying will make you never stop giving up. Remain calm and focused. Ohhhh Joy** introduce yourself and stop talking.
I’m Joy, a 19 years old African Nigerian born on the 20th day of November 1997 after an heavy uneashing of anger from the rain to the earth.
Not forgetting to mention I am a survival of Albinism, majority of people say “victim of” but I prefer to say “survival of” because “survival of” makes it more light and comfortable to say.
* Sister’s name not reported on the Italian translation.
** Real name not reported on the first Italian translation (AA. VV., Parole oltre le frontiere, Terre di mezzo ed., Milan 2018). Joy Ehikioya claims her real name in February 2019, firstly on a public event (Transafrica, Florence, 2/15/2019); then, she uses her name to sign a new publication of her memoir (Joy Ehikiyoha, Certi sogni possono non avversarsi mai, Terre di mezzo ed., Milan 2019).

Info

Diarista

Joy Ehikioya
23 anni , Nigeria

Questa è una storia di violenze, di superstizioni ancestrali, e ancora di violenze. È anche una storia di emigrazione involontaria, qualcosa di prossimo alla deportazione. È, infine, la storia della riacquisizione del proprio vero nome: reclamato, reimparato.

Ma andiamo con ordine.

Azzurra  – questo il nom de plume scelto dall’autrice – nasce nel 1997 in Nigeria. È l’ultima di quattro figli: due fratelli, una sorella, infine lei. La famiglia non potrebbe essere più completamente felice. Certo, c’è un po’ di preoccupazione, perché l’ultima nata, al pari della sorella, è albina. E in Nigeria gli albini sono malvisti:  emarginati, discriminati, in alcuni casi perfino perseguitati.

Azzurra si accorge presto della sua eccezionalità. I genitori le dedicano attenzioni speciali, cercando di ridurre al minimo i suoi contatti con il mondo esterno; il mondo esterno, dal canto suo, non perde occasione di mostrarle crudeltà. Anche gli altri bambini sono potenzialmente letali, per lei: bullismo, minacce, violenze mascherate da giochi. Anche i bambini, d’altronde, respirano l’aria degli adulti: ed è un’aria di antiche superstizioni, credenze stregonesche che indicano lei, l’albina, come quella sbagliata, quella che “lì non dovrebbe stare”.

Lei, dal canto suo, non ha mai pensato di essere fuori posto. Ha avuto la fortuna – lo ripete più volte, nel suo scritto – di nascere all’interno di una famiglia numerosa e molto unita. Gli altri la emarginano, la discriminano? Cambia scuola, cambia città, ricomincia altrove. Non basta.

Nella storia di Azzurra arrivano i giorni in cui rimpiangere il tempo in cui era “soltanto” emarginata, “soltanto” discriminata. Arriva un giorno in cui un gruppo di fanatici la rapisce e la riduce a oggetto di sacrificio sull’altare di chissà quale folle dio.

Azzurra è tenuta prigioniera. Azzurra subisce ripetuta violenza.

La fuga miracolosa, lanciandosi da una finestra sui cocci di bottiglia, è la triste prefigurazione di quanto avverrà da lì a poco. È scappata dal male per finire nel peggio. Nuove violenze, se possibile più atroci delle precedenti.

Di mano in mano finisce in Libia, viaggiando di notte chiusa nel bagagliaio di un’auto. L’ultimo dei suoi aguzzini ha un pentimento, e decide di aiutarla a recarsi in Italia, non potendo – chissà perché, poi – ricondurla alla sua famiglia in Nigeria.

Chi parte verso l’Europa, specie se donna, ha una certa consapevolezza dei pericoli cui va incontro. Perché oltre alla sete e alla fame del deserto, oltre agli stenti, oltre alle ruberie e ai ricatti dei trafficanti, oltre alla corruzione e alle botte delle guardie di ogni Stato, residua una violenza ad hoc, rivolta a lei in quanto donna. Chi parte mette in conto tutto questo, prega che il caso la salvi almeno dall’essere stuprata.
Azzurra non aveva messo in conto nulla di tutto ciò, perché semplicemente non aveva messo in conto di partire.
Eppure si ritrova in un barcone, e poi in Italia, dove le molte ferite esterne le vengono finalmente medicate. A quelle interne sta tuttora lavorando. Da un po’ di tempo, Azzurra ha ricominciato a chiamarsi Joy, Gioia, che è il suo vero nome, esattamente quello che le spetta.