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Trascinata via da casa

Joy Ehikioya
Italiano
Inglese

Ero su un veicolo in corsa, praticamente in mezzo al deserto, in mezzo al nulla. Poi lo stesso ragazzo che si era rifiutato di rispondere alla mia domanda mi disse che se avessi fatto qualche stupidaggine mi avrebbero buttata fuori dalla macchina in corsa e lasciata morire nel deserto. Non riuscivo a rendermi conto di cosa stesse accadendo o di cosa avessi fatto di male. Cominciai a singhiozzare finché mi addormentai.

Ancora una volta. Mi svegliarono con una frustata. Una frustata secca che mi fece sentire male ovunque. Mi frustarono su tutto il corpo parlandomi in una lingua che non avevo mai sentito. Mi ordinarono di fare qualcosa che non capii. Poi una ragazza mi chiese di svegliarmi, ma io ero già completamente sveglia e dolorante.

L’uomo con la frusta andò via e la ragazza mi consolò. Io le chiesi dove stessimo andando e lei mi disse che stavamo partendo per la Libia ma eravamo ancora in Niger. Ero ammutolita. Senza parole. Poi le chiesi il perché e lei disse che lei stava raggiungendo la sua “Madam” e io le risposi che non avevo una Madam né sapevo cosa fosse. Tornò l’uomo con la frusta e ci frustò entrambe perché stavamo parlando. Poco dopo eravamo sotto dei grossi tendoni e mi sono resa conto che eravamo state portate di nascosto da qualche parte, ma non mi ricordo ancora cosa fosse successo nei giorni prima né ho altri ricordi che mi riguardano.

Dopo ore di viaggio e alcune fermate ai check-point mi sono accorta che ci avevano finalmente fatti arrivare in una vecchia casa. Ci avevano fatti scendere silenziosamente dalla macchina e frettolosamente spinti ad entrare nella casa, stando attenti a non fare rumore per non essere frustati. Per mia sorpresa, lì dentro c’erano già molte persone, che sembravano tranquille ed allo stesso tempo eccitate. Io ovviamente ero l’unica ad avere una strana sensazione e ad essere spaventata. Sono rimasta sulle mie, ma stavo per perdere le staffe. Nessuno parlava con nessuno e il clima sembrava normale a tutti tranne me. Tutti capivano e vedevano il mio terrore. Io ovviamente non riuscivo a nasconderlo. Non capivo.

Si fece notte, tutti dormivano per terra, uno attaccato all’altro perché lo spazio era veramente poco. Io non riuscii a dormire. Durante la notte mi accorsi di movimenti strani e fingendo di dormire vidi alcuni uomini entrare nella stanza con pistole e torce e cominciare a svegliare alcune ragazze, ordinando loro di uscire per prime. Non capii perché e appena uscirono la mia curiosità mi spinse ad avvicinarmi alla porta per vedere cosa stesse succedendo a quelle ragazze fuori. Speravo di addormentarmi e che mai mi avrebbero chiesto di uscire, perché le ragazze venivano “scrupolosamente” stuprate da diversi uomini. Mi videro e mi chiesero di uscire, ma le mie gambe mi crollarono e non riuscivo a muovermi. Al primo passo che feci caddi per terra e svenni per Dio solo sa quanto tempo.

Mi svegliai nel dolore e con un peso addosso. Ero ancora in uno stato di incoscienza. Mi stavano stuprando ed ero mezza incosciente. Finito, mi trascinarono dentro e mi riaddormentai in lacrime. Mi svegliarono il rumore e le parole di chi raccontava ciò che era successo la notte precedente. Tutti mi fissavano e solo allora mi accorsi che ero completamente ricoperta di sangue. Due donne mi offrirono dei vestiti per cambiarmi, in cui era nascosto anche un pezzetto di pane da mangiare. Solo un pezzetto perché ne avevano poco anche loro. Stavo per fare delle domande quando un uomo entrò e mi guardò strano e iniziò a tirare su di nuovo le ragazze.

Questi uomini avevano barbe lunghe e dai loro vestiti potrei dire che fossero musulmani, assomigliavano agli imam. Cinque ragazze furono prese per prime, poi presero anche me. Non ho potuto opporre resistenza e li ho seguiti sapendo che mi avrebbero molestata di nuovo.

Non avevo ancora recuperato la macellazione della notte precedente. La macellazione. Dentro di me mi sentivo macellata.

I was in a moving vehicle in the deserts practically in the middle of nowhere, then the same boy who had refused to respond to my question said to me if I made any stupid move I would be thrown out of the moving vehicle and left to die in the desert, I couldn’t figure out what was going on or what I had done wrong I quietly began to sob until I fell asleep again. I was woken up with a whip a very hard whip I felt pains everywhere I was being whipped all over my body and spoken to in a language I have never heard and being instructed to do something. Just then one of the girls asked me to wake up I was already fully awake and in pains and I asked where we are going she told me we where going in Libya but currently in Niger I was dumb and speechless I asked her why and she said she was going to meet her “Madam” but I replied I don’t have and know what or who a madam is. Just then the man with the whip came back and whipped us both for talking.
Moments later we were covered in huge tarpolens [tarpaulin] then I figured out we were being smuggled into somewhere but I couldnt still remember what had happened in the past days or anything about myself. After hours of driving and stoppings at checkpoints as I figured we were finally driving into an old house we quietly got off the vehicle and hurried into the house avoiding to make sounds in order not to get whipped but surprising to me there were lots of people already there all seeming relaxed and excited I obviously happened to be the only person feeling odd and scared I was withdrawn and couldn’t stop freaking out nobody was talking to anyone and the atmosphere seemed normal to everyone except me everyone could understand and see my fright I was so obvious in my expressions I understood nothing. Night came everyone slept on the bare ground touching each other because of limited spaces I couldn’t sleep at night I noticed movement then I pretended to be sleeping some men came in with guns and torches and began to
wake up some girls and ordered them to go outside at first I couldn’t understand why after they had all left my fright and curiosity made me go to the door to see what was being done to the girls outside getting outside I wished I had slept and never had to come outside, the girls where being thoroughly raped by different men I was seen and called to come forward my legs failed me I couldn’t move taking the first step I landed on the ground going unconscious for only God knows how many times minutes later I woke up to pains and weight on me even in unconsciousness I was being raped between half consciousness later on I was dragged back inside where I fell asleep in tears woken up by the noise and talks of what had happened the previous night everyone was staring at me just then I noticed I had blood all over me two ladies offered me clothes change into and a bit of bread to eat cause they had little to eat too. I was about asking questions when strange looking men came inside and started to pick girls again these men had long beards and from their clothings I could tell they were muslims more like Imams, five girls were taken away then later I was taken too I couldn’t resist but follow in order to avoid being molested again I had not recovered from last nights butchering I felt butchered like a meat inside of me.

Info

Diarista

Joy Ehikioya
23 anni , Nigeria

Questa è una storia di violenze, di superstizioni ancestrali, e ancora di violenze. È anche una storia di emigrazione involontaria, qualcosa di prossimo alla deportazione. È, infine, la storia della riacquisizione del proprio vero nome: reclamato, reimparato.

Ma andiamo con ordine.

Azzurra  – questo il nom de plume scelto dall’autrice – nasce nel 1997 in Nigeria. È l’ultima di quattro figli: due fratelli, una sorella, infine lei. La famiglia non potrebbe essere più completamente felice. Certo, c’è un po’ di preoccupazione, perché l’ultima nata, al pari della sorella, è albina. E in Nigeria gli albini sono malvisti:  emarginati, discriminati, in alcuni casi perfino perseguitati.

Azzurra si accorge presto della sua eccezionalità. I genitori le dedicano attenzioni speciali, cercando di ridurre al minimo i suoi contatti con il mondo esterno; il mondo esterno, dal canto suo, non perde occasione di mostrarle crudeltà. Anche gli altri bambini sono potenzialmente letali, per lei: bullismo, minacce, violenze mascherate da giochi. Anche i bambini, d’altronde, respirano l’aria degli adulti: ed è un’aria di antiche superstizioni, credenze stregonesche che indicano lei, l’albina, come quella sbagliata, quella che “lì non dovrebbe stare”.

Lei, dal canto suo, non ha mai pensato di essere fuori posto. Ha avuto la fortuna – lo ripete più volte, nel suo scritto – di nascere all’interno di una famiglia numerosa e molto unita. Gli altri la emarginano, la discriminano? Cambia scuola, cambia città, ricomincia altrove. Non basta.

Nella storia di Azzurra arrivano i giorni in cui rimpiangere il tempo in cui era “soltanto” emarginata, “soltanto” discriminata. Arriva un giorno in cui un gruppo di fanatici la rapisce e la riduce a oggetto di sacrificio sull’altare di chissà quale folle dio.

Azzurra è tenuta prigioniera. Azzurra subisce ripetuta violenza.

La fuga miracolosa, lanciandosi da una finestra sui cocci di bottiglia, è la triste prefigurazione di quanto avverrà da lì a poco. È scappata dal male per finire nel peggio. Nuove violenze, se possibile più atroci delle precedenti.

Di mano in mano finisce in Libia, viaggiando di notte chiusa nel bagagliaio di un’auto. L’ultimo dei suoi aguzzini ha un pentimento, e decide di aiutarla a recarsi in Italia, non potendo – chissà perché, poi – ricondurla alla sua famiglia in Nigeria.

Chi parte verso l’Europa, specie se donna, ha una certa consapevolezza dei pericoli cui va incontro. Perché oltre alla sete e alla fame del deserto, oltre agli stenti, oltre alle ruberie e ai ricatti dei trafficanti, oltre alla corruzione e alle botte delle guardie di ogni Stato, residua una violenza ad hoc, rivolta a lei in quanto donna. Chi parte mette in conto tutto questo, prega che il caso la salvi almeno dall’essere stuprata.
Azzurra non aveva messo in conto nulla di tutto ciò, perché semplicemente non aveva messo in conto di partire.
Eppure si ritrova in un barcone, e poi in Italia, dove le molte ferite esterne le vengono finalmente medicate. A quelle interne sta tuttora lavorando. Da un po’ di tempo, Azzurra ha ricominciato a chiamarsi Joy, Gioia, che è il suo vero nome, esattamente quello che le spetta.