Questo sito utilizza cookie “tecnici” e consente l’invio di cookie di “terze parti”. Accedi alla nostra Cookie Policy per avere maggiori informazioni e per gestire le tue preferenze, eventualmente negando il consenso all’utilizzo dei cookie. La prosecuzione della navigazione chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o accedendo ad altra area del sito comporta la prestazione del consenso all’uso dei cookie; in caso contrario è possibile abbandonare il sito.
Loading...

Una bambina che deve lottare

Joy Ehikioya
Italiano
Inglese

Quando avevo cinque anni ho cominciato ad essere curiosa e a porre un sacco di domande a chiunque e ad avere l’urgenza di capire chi ero e tutto quello che mi riguardava. Crescendo, le domande mi correvano nella mente sempre di più e mi facevano correre il cuore molto più veloce di quanto potessi immaginare e prevedere. Avevo domande come: perché sono albina? Perché non ho amici? Perché alla gente non piaccio? Perché sono considerata e vista come un errore? Perché mi sento come se non esistessi quando, in realtà, esisto? perché devo nascondermi dalla mia società, dalla mia gente e dal mondo? Ma avevo in particolare una domanda che spesso mi squarciava il cuore e mi faceva sprofondare in un lago di lacrime: perché devo sempre lottare e combattere per ogni cosa di cui ho bisogno o per ogni cosa che voglio? Merito di vivere o non sono degna di vivere e avere fortuna come gli altri bambini?

Mi ricordo della prima volta che ho pensato a tutto questo e inconsciamente, siccome non sapevo darmi delle risposte, mi sono ficcata una matita colorata nell’orecchio. A 5 anni sapevo già leggere e scrivere e riuscivo a fare cose che bambini di dieci anni non riuscivano a fare. Avevo una capacità spiccata nel capire le dinamiche di ciò che mi succedeva intorno. Vedevo, provavo, sentivo e avevo esperienza di cose che una bambina di cinque anni non deve aver già provato. A cinque anni ho provato il rigetto, a cinque anni sapevo già cosa voleva dire essere appellata nei modi peggiori, essere presa in giro, bullizzata. Capivo totalmente cosa significasse l’isolamento. Sebbene i miei genitori cercassero di fare il possibile per schermarmi da tutte queste cose orribili, sapevano di non potermi proteggere in ogni momento, perché dovevano lavorare e io dovevo andare a scuola, da sola.

Quando avevo sei anni mi hanno trasferita nella scuola dei miei fratelli più grandi. Finalmente, pensavo, mi sarei alleggerita un po’, ma non sapevo che allora sarebbero cominciati i problemi più grandi. Perché essere nella stessa scuola dei miei fratelli era un problema per loro e per me. I miei fratelli erano continuamente derisi e mia sorella maggiore albina, che ormai era abituata alle prese in giro, si arrabbiava e infuriava con me perché diceva che ero la causa di ogni cosa che le capitava. Lei si era guadagnata con fatica uno spazio per respirare e ora ricominciava ad essere presa in giro, perché io l’avevo raggiunta in quella scuola e due ragazze albine, nella stessa scuola, provenienti dalla stessa famiglia, era un po’ come tutto l’inferno che ti crolla addosso, su mia sorella e sui miei fratelli più grandi. 

When I was 5 years old I begun to get curious and ask lots of questions and had the urge to understand who I am and everything about me; growing up I had so many questions running through my head and getting my heart racing fast more than I could imagine or comprehend I had questions like why am I Albino? Why don’t I have friends? Why doesn’t people like me? Why am I considered and seen like a mistake? Why does it feel like I don’t exist when actually I’m existing? Why do I always have to hide from my society, my people and my world? And I had one particular question that always breaks my heart and puts me in a pool of tears, why do I always have to struggle and fight for everything I need and want  or I don’t I deserve to live am I not worth living do I not stand a chance with other children. I could remember the first time I thought about all these I unconsciously pushed a crayon into my ear. At age 5 I could read and write, I could do things, at 10 years old I had an early understanding of everything happening around me. I saw, I felt, I heard and I experienced bullying, I completely understood what isolation was all about. Although my parents did all they could to shield me from all these horrible things but they could never protect me away because they have to work and I have to go to school alone too.

When I was 6 years I was moved to the school of my older siblings, finally I thought maybe I was getting a relieve little did I know, I was just getting started with my problems because being at the same school was a problem to my siblings and to me too. My siblings were continuously mocked at my older albino sister who almost getting used to the usual mockery she always got from students became so angry and furious with me because everything changed for her. She had know breathing space she was almost always mocked every now and then because I had joined in the school and now it was two albino girls in a school from a family and basically it was like all hell was let loose on me, my sister and my older brother.

Info

Diarista

Joy Ehikioya
23 anni , Nigeria

Questa è una storia di violenze, di superstizioni ancestrali, e ancora di violenze. È anche una storia di emigrazione involontaria, qualcosa di prossimo alla deportazione. È, infine, la storia della riacquisizione del proprio vero nome: reclamato, reimparato.

Ma andiamo con ordine.

Azzurra  – questo il nom de plume scelto dall’autrice – nasce nel 1997 in Nigeria. È l’ultima di quattro figli: due fratelli, una sorella, infine lei. La famiglia non potrebbe essere più completamente felice. Certo, c’è un po’ di preoccupazione, perché l’ultima nata, al pari della sorella, è albina. E in Nigeria gli albini sono malvisti:  emarginati, discriminati, in alcuni casi perfino perseguitati.

Azzurra si accorge presto della sua eccezionalità. I genitori le dedicano attenzioni speciali, cercando di ridurre al minimo i suoi contatti con il mondo esterno; il mondo esterno, dal canto suo, non perde occasione di mostrarle crudeltà. Anche gli altri bambini sono potenzialmente letali, per lei: bullismo, minacce, violenze mascherate da giochi. Anche i bambini, d’altronde, respirano l’aria degli adulti: ed è un’aria di antiche superstizioni, credenze stregonesche che indicano lei, l’albina, come quella sbagliata, quella che “lì non dovrebbe stare”.

Lei, dal canto suo, non ha mai pensato di essere fuori posto. Ha avuto la fortuna – lo ripete più volte, nel suo scritto – di nascere all’interno di una famiglia numerosa e molto unita. Gli altri la emarginano, la discriminano? Cambia scuola, cambia città, ricomincia altrove. Non basta.

Nella storia di Azzurra arrivano i giorni in cui rimpiangere il tempo in cui era “soltanto” emarginata, “soltanto” discriminata. Arriva un giorno in cui un gruppo di fanatici la rapisce e la riduce a oggetto di sacrificio sull’altare di chissà quale folle dio.

Azzurra è tenuta prigioniera. Azzurra subisce ripetuta violenza.

La fuga miracolosa, lanciandosi da una finestra sui cocci di bottiglia, è la triste prefigurazione di quanto avverrà da lì a poco. È scappata dal male per finire nel peggio. Nuove violenze, se possibile più atroci delle precedenti.

Di mano in mano finisce in Libia, viaggiando di notte chiusa nel bagagliaio di un’auto. L’ultimo dei suoi aguzzini ha un pentimento, e decide di aiutarla a recarsi in Italia, non potendo – chissà perché, poi – ricondurla alla sua famiglia in Nigeria.

Chi parte verso l’Europa, specie se donna, ha una certa consapevolezza dei pericoli cui va incontro. Perché oltre alla sete e alla fame del deserto, oltre agli stenti, oltre alle ruberie e ai ricatti dei trafficanti, oltre alla corruzione e alle botte delle guardie di ogni Stato, residua una violenza ad hoc, rivolta a lei in quanto donna. Chi parte mette in conto tutto questo, prega che il caso la salvi almeno dall’essere stuprata.
Azzurra non aveva messo in conto nulla di tutto ciò, perché semplicemente non aveva messo in conto di partire.
Eppure si ritrova in un barcone, e poi in Italia, dove le molte ferite esterne le vengono finalmente medicate. A quelle interne sta tuttora lavorando. Da un po’ di tempo, Azzurra ha ricominciato a chiamarsi Joy, Gioia, che è il suo vero nome, esattamente quello che le spetta.