Si può dire che Ibrahim sperimenti la fuga sin dalla culla. Nel 1999, quando nasce, il suo Paese –la Liberia- è piagato dall’ennesima guerra civile. La famiglia Jalloh deve riparare in Costa d’Avorio fino alla fine del conflitto.
Il rientro in Liberia è altrettanto traumatico: non ci sono abbastanza soldi per vivere, e la madre di Ibrahim, originaria della Guinea, ritorna dai genitori. Vorrebbe portare Ibrahim con sé, ma il padre si oppone: il bambino laggiù non avrebbe modo di studiare, e l’educazione viene prima di ogni cosa: è il diritto al futuro.
Nonostante la separazione dalla mamma, tutto sembra andare per il meglio finché Ibrahim e il padre non sono raggiunti dalla seconda moglie di questo, che si comporta proprio come la matrigna delle fiabe.
Mettendo da parte un po’ di soldi, il ragazzo prepara la fuga. Ha soltanto sedici anni.
Dalla Liberia alla Costa d’Avorio, quindi in Burkina Faso, poi in Niger. Dal Niger, dopo una settimana di viaggio trascorsa senza acqua né cibo, è in Libia.
Qui Ibrahim viene rapito per due volte dagli “Asma boys”, un gruppo criminale che controlla i luoghi degli arrivi dal deserto per sequestrare i migranti e chiederne il riscatto alle famiglie d’origine. La seconda fuga dalla prigionia gli procura una ferita alla gamba che lo porta molto vicino alla morte: il proiettile passa da parte a parte forando tendini e nervi.
Viene salvato e portato in ospedale solo molte ore più tardi. Gli amici gli suggeriscono di contattare un trafficante e partire per l’Europa il prima possibile. È quanto fa.
In Sicilia viene finalmente curato in ospedale e può finalmente rimettersi in piedi. Quindi è accolto presso una struttura nel ragusano. “Avevo quasi l’impressione di essere atteso: per loro era un piacere vedermi vivo“, scrive, con stupore e riconoscenza.