Sono scappato dal mio Paese perché omosessuale.

È spigliato, lavora la creta sul tavolo con grande facilità e intanto parla, interviene e discute con i compagni di laboratorio. Su un tavolo di legno ci sono terre di diverso colore e resa. Il gioco è semplice, prenderne un pezzo e iniziare a gettarlo con forza contro il tavolo, in maniera da togliere le bolle d’aria che si possono creare e poi modellare. Mentre si modella si parla e il compito da rispettare è quello di creare un oggetto che possa parlare del nostro passato.  Owona Fuda, faccia aperta, una bella risata e una buona facilità nel manipolare la terra viene dal Camerun e ha 40 anni. Dalle sue mani sta uscendo un barcone con tante persone in piedi e anche se riposa su una solida tavola di legno mette apprensione per un istante. Adesso vive a Porretta ed è contento, con un progetto di studio e di impegno politico in difesa di chi come lui ha sofferto la repressione omofoba.

Alexandre, qual è l’oggetto che più ti ricorda la tua casa?

La bibbia, la croce di Gesù. 

Perché? 

Perché la bibbia mi ha sempre aiutato nei momenti difficili della mia vita e il crocefisso perché è stato il primo oggetto rappresentativo che c’è nella nostra casa, la prima cosa che vedi. 

La casta di mio padre non poteva accettare di avere un figlio omosessuale

La diversità e la persecuzione

Il tuo passato?

Sono partito perché sono omosessuale e la cultura nella quale sono nato non accetta questa cosa. Ho sofferto molte persecuzioni per questo, compresa quella di mio padre. È stato lui, infatti, a denunciarmi alla polizia. 

Ti ha denunciato perché in Camerun l’omosessualità è un reato?

È più di un crimine, tu devi subire ogni tipo di angheria e il sistema oggi non è quello che vive di regole dello stato, ma di convenzioni sociali. Quindi se un tuo vicino ti denuncia come omosessuale, ti sbattono in galera senza nemmeno passare da un avvocato. 

Puoi rischiare anni di carcere, io ho a mio carico una multa di migliaia di euro, non hai diritto all’avvocato.

In famiglia quanti eravate?

Sette.

Quando decidi di partire? 

Parto perché mi hanno sorpreso in seminario nella stanza di un mio compagno e questo ha innervosito moltissimo i dirigenti del seminario che hanno convocato mio padre, che non ha sentito ragioni perché da noi i valori sono primordiali. 

Io in Camerun faccio parte di una casta, perché discendo da una famiglia molto importante per il Paese, la casta di mio padre non poteva accettare di avere un figlio omosessuale. Quindi non era facile accettare questo fatto, né accettarmi per quello che ero. 

Tutto è degenerato quando ha dovuto prendere le mie difese durante una manifestazione e ha litigato in maniera molto dura con uno dei suoi amici e alla fine la situazione divenne insostenibile. 

Quando l’ho salutato mi ha detto addio con parole nette: se ti potessi uccidere con le mie mani lo farei, quindi preferisco denunciarti. Non avevo scelta, dovevo partire.

Verso una nuova vita

Tu parti nel 2000 e lasci casa con direzione?

Dohala, la capitale economica del Paese, per cominciare una nuova vita. Ho lavorato tanto come buttafuori nelle discoteche e ho conosciuto un amico e un giorno è arrivata la polizia a casa sua e io ho dovuto scappare. Anche perché mio padre mi aveva detto che avrebbe usato qualsiasi mezzo per distruggermi. Lui si sentiva offeso da me. 

Quando arriva la polizia a casa del tuo amico dove scappi?

Scappo verso casa mia, ma le notizie corrono veloci nella città e quando sono arrivato al mio monolocale ho trovato il proprietario che aveva già messo le mie cose sulla strada. Io sono entrato in casa, ho recuperato quel poco di denaro che avevo e poi sono uscito. Per fortuna ho trovato un vicino che era poliziotto e mio amico che ha sparato dei colpi in aria per permettermi di allontanarmi. Mi ha preso, mi ha fatto salire sulla macchina della polizia. A quel punto sono scapato in Nigeria, perché parlo anche inglese e lì ho sentito che c’erano possibilità di lavoro e sono partito per andare in Libia. Non ho trovato lavoro e alla fine sono partito per Lampedusa, atterrato lì e poi mi sono trasferito a Modena.

E adesso?

Adesso sono una persona con diploma in Filosofia e mi devo specializzare e sono qui. Voglio finire di studiare e voglio contribuire alla lotta per i diritti degli omosessuali. Vorrei essere il portavoce delle persone come me, che hanno sofferto in Camerun.

Tra vecchie e nuove paure

Che accoglienza hai trovato?

Generalmente buona, ma certo che c’è anche la xenofobia, perché gli italiani vedo arrivare a questa massa di africani, non è facile, cerco di capirli. Ci sono dei modenesi che sono super gentili, ma il problema è sempre la lingua, cerco di integrarmi.

Sei rimasto in contatto con la tua famiglia. 

Sì, mi sento con mia sorella su whatsapp. Mi ha detto che mio padre è morto ormai alcuni fa. Mia madre si è rifatta una vita e ora ha altri tre figli. C’è un problema di successione e di eredità. 

Oggi non posso rientrare perché mi sono dichiarato e nel mio paese finirei in prigione. I miei non vogliono vedervi, lo Stato mi vuole imprigionare, se ci fosse ancora mio padre forse ci troveremmo e sarebbe stata una nuova occasione, ma adesso non c’è più.