Una nuova vita

Ibrahima Danso è del Senegal, ha 34 anni e oggi vive a Porretta, in un paesino del circondario, poco lontano da Bologna. È alto, imponente ed è stato un uomo in fuga dai ribelli della Casamance «Sono uno studente di terza media. Ho cominciato a studiare l’italiano. Sono già due anni che sono in Italia. Ho un permesso di soggiorno, il mio codice fiscale e una carta di identità».

Mio padre era una spia, lavorava nella polizia. I ribelli lo sapevano e lo hanno ucciso davanti a tutta la famiglia.

Lasciarsi la guerra alle spalle

Perché sei partito? «Non posso darvi tutti i dettagli, ma era un affaire di ribellione. Nel mio paese la situazione è difficile. C’è un conflitto fra Casamance e Senegal e abbiamo casi di violenza, guerra. Mio padre era una spia, lavorava nella polizia. I ribelli lo sapevano e lo hanno ucciso davanti a tutta la famiglia. Alcuni degli assassini erano delle persone che io conoscevo e le ho segnalate alla polizia. Alcuni di loro sono stati arrestati, altri sono riusciti a scappare. Son venuti a cercarmi e volevano farmi fare la fine di mio padre. Son passati diverse volte da casa, hanno picchiato, torturato, ma mia moglie non gli ha mai detto dove ero nascosto. E così ho pensato che dovevo partire».

Un lungo viaggio

E dove sei andato? «Prima in Gambia, poi da lì in Mali. Dal Mali fino ad Agadez, quindi Algeria e infine la Libia. Ci ho messo un mese, perché alla fine ero un po’ stanco. In Burkina Faso sono rimasto quattro giorni. Sono scappato in piroga, ma dopo alcune ore di navigazione siamo stati assaltati da un gruppo di banditi, gli Asma Boy. Ci hanno portato in carcere per sei mesi. Mi hanno picchiato, vedi i segni qui sulle braccia? Sono le torture che mi hanno inflitto là. Prendono della plastica e danno fuoco, ti cade addosso. Se paghi mille euro parti, se non paghi ti torturano. Alla fine ho pagato lavorando e sono riuscito a partire, era il 2017. Io ero partito da casa il 2015. Mi hanno imbarcato a Sabrata e sono arrivato a Lampedusa. E da lì a Bologna».

Alla fine ho pagato lavorando e sono riuscito a partire, era il 2017. Io ero partito da casa il 2015. Mi hanno imbarcato a Sabrata e sono arrivato a Lampedusa. E da lì a Bologna.

Una mano tesa

Come è stata l’accoglienza in Italia? «L’accoglienza in Italia è stata superba. In barca ci avevano dato solo 20 litri di benzina, ma siamo rimasti fermi in mezzo al mare per 19 ore senza poter fare nulla. Ci hanno preso gli italiani e siamo arrivati a Lampedusa. Ci hanno accolto bene, ci han dato tutto quello che ci serviva».

Imparare la lingua per ricominciare

E adesso cosa fai? «Vorrei terminare la scuola per capire meglio l’italiano e così sarà più facile trovare un lavoro. Se non parli bene come fai a trovare una occupazione? In classe siamo 10 e veniamo da Senegal, Mali, Burkina e Nigeria».

Tornare a sognare assieme

Hai mantenuto i contatti con famiglia? «Sì, certo non li chiamo tutti i giorni, non voglio deluderli e non voglio metterli a rischio, perché i ribelli della Casamance non sono come gli altri ribelli. Per il futuro? Vorrei tanto che anche loro mi raggiungessero in Italia. Cercare insieme un lavoro, per costruire il nostro futuro».