La Libia, all’improvviso

“Mi chiamo Moumine Samaré. Sono nato in Burkina Faso, ma mio padre lavorava in Libia. Ad un certo punto mi sono trasferito là, con lui e mia madre, per stare tutti assieme”. Il francese è appena intelligibile, perché la voce è bassa e le parole che escono dalle labbra sono come una litania, vengono con fatica. C’è timidezza in Moumine, che ha appena finito di sbattere un pezzo di argilla bianca prima con circospezione e poi, invitato ad aumentare la forza, non se lo fa ripetere due volte.

Il gesto è liberatorio e serve per eliminare possibili bolle d’aria nella terra da modellare, che altrimenti scoppierebbero durante la cottura nel forno. Moumine ha disegnato delle linee sulla forma di argilla, un grande pesce, che ora è al centro del tavolo. Moumine parla mentre le sue mani stanno modellando la creta del laboratorio Storie da sfogliare, organizzato a Bologna dal Comitato 3 ottobre, nell’ambito del progetto DIMMI. Siamo dentro la sala di Cantieri Meticci:  ampi tavoli quadrati e al centro della tavola tre diverse masse di creta pronte per essere lavorate. 

Dove lavorava tuo padre? Perché siete andati in Libia?
«Lavorava nel settore agricolo, coltivava e vendeva frutta. Avevamo una casa. Mi ricordo che prima di raggiungerlo mia madre lo aveva chiamato dal Burkina Faso per dirgli che sua madre stava male. Per questo era tornado, per rivedere la nonna per l’ultima volta. A quel punto anche io e mia madre, con mia sorella, siamo partiti con lui. Quando siamo arrivati ho cominciato a studiare arabo. A un certo punto il capo di mio padre è morto: era gentile ci aveva dato un pezzo di terra da coltivare. E da lì sono cominciati tutti i nostri problemi»

A un certo punto il capo di mio padre è morto: era gentile ci aveva dato un pezzo di terra da coltivare. E da lì sono cominciati tutti i nostri problemi

Ricominciare da zero

Cosa è successo? “Quando il capo di papà è morto, sono arrivati i suoi figli. Non solo non conoscevano mio padre, ma non riuscivano a capire perché il padre gli avesse dato in cura quel terreno. Nella discussione mio padre è stato ucciso e io, mia madre e mia sorella siamo rimasti da soli. Non sapevamo se tornare in Burkina Faso, ma a casa alcuni dei parenti non la volevano più. E così un vicino di casa, in Libia, ci disse che avrebbe cercato un lavoro migliore. Ha chiamato un suo amico per portarci in un posto dove vivere meglio”.

Ed era vera quella promessa? “Quell’uomo ci ha portato su una strada, in una casa, dove siamo rimasti dieci giorni. Da lì avremmo preso il mare per arrivare in Italia. Abbiamo trovato sulla spiaggia molte persone. È arrivata la polizia e si sparava dappertutto. La polizia alla fine ci ha arrestato e io sono finito in prigione, dove sono rimasto per più di un anno. Ci picchiavano spesso. Alla fine ci hanno messo su tre piccolo imbarcazioni, io e mia madre e mia sorella siamo stati separati. Il nostro gommone dopo poco ha iniziato a sgonfiarsi e per quattro giorni siamo rimasti in mare senza trovare grandi navi o aiuto. Poi una nave è arrivata, non sapevamo se fossero arabi o italiani. Erano italiani.”

Vite alla deriva

E tua madre e tua sorella? “Non ce l’hanno fatta. Noi siamo stati salvati e una nave più grossa ci ha portato in Italia. La polizia ci ha dato un braccialetto con un numero, poi ci hanno messo in un angolo e alle 3 del mattino sono arrivati i mezzi che ci hanno portato fino a Bologna. Quando sono arrivato a Bologna sono stato trasferito: in quella casa c’erano delle cose che non andavano bene e mi hanno spostato a Porretta. E io ho iniziato a fare l’apprendista per lavorare il cuoio e ho già fatto quattro mesi imparando questo lavoro. Un lavoro che mi piace molto e per questo dico sempre grazie”.

Andare avanti, senza fermarsi mai

Il tuo futuro? “Devo imparare bene la lingua, senza di quella non posso fare nulla. Per questo voglio studiare. Non ho più nessuno in Burkina Faso, il mio future è qui, il mio future è adesso”.