Una macchina usata per ricominciare

Omar tre anni fa è partito dalla sua casa, in Gambia, a Sarrakuna, dopo la morte del padre nel 2016. Già orfano di madre, Omar viveva con altri familiari in una situazione di rapporti difficili, spesso oltre il limite della sofferenza. Il padre gli aveva lasciato qualche soldo e una macchina nuova. E proprio quel regalo, una volta venduto, sarà la vera e propria svolta per racimolare i soldi necessari per iniziare un viaggio che dopo quattro mesi lo porterà a partire dalle coste libiche per l’Italia. Oggi Omar partecipa ai lavori dei laboratori del progetto “DIMMI di Storie Migranti”, nello specifico a quello di autoracconto dell’associazione Per Esempio, a Palermo, che stimola lui e gli altri ragazzi in un percorso con varie attività nell’ambito del progetto. Omar ha imparato a raccontarsi e ha scelto la falegnameria come linguaggio per raccontarsi al mondo.  

La scoperta della pittura

Però, di base, Omar è un’artista. “Esatto, mi sento un artista. In Italia, grazie a quel che ho potuto fare, è venuta fuori la mia anima ed è qui che ho scoperto la pittura”. Ma solo dopo un lungo viaggio. “Sono arrivato in barca, ero partito dal Gambia, poi Mali, poi ho attraversato la Nigeria, il Burkina e infine Libia. Ci ho messo quattro mesi, ma sono rimasto in Libia tanto tempo, almeno altri 5 mesi: ero in semiprigionia, ma sono riuscito a prendere la barca e ad arrivare a Messina e da lì, dopo una tappa intermedia, a Palermo”.

Dipingere è arrivato come un miracolo, perché non ho studiato

Un miracolo a colori

E poi è arrivato il disegno come mezzo per raccontarsi e capire il mondo. “Mi è venuto come un miracolo, perché non ho studiato. Sono stato in comunità, mi hanno dato una tela e ho cominciato a dipingere e mi han detto: sei bravo! Mi hanno comprato i colori e i materiali per fare la cartapesta. E così ho cominciato a dipingere. Dipingo di tutto: le persone, il mare e la natura. 

Non li vendo ancora, stiamo facendo una formazione a Giocherenda, spero di continuare a fare questo”.

Mi mancano, ad esempio, i momenti collettivi, quelli in cui si stava tutti assieme, la comunità, unita

Sentirsi a casa a Palermo

Palermo è lo scenario di una nuova vita. “Amo questa città, sono felice di quello che faccio. Divido una casa con altri tre ragazzi qui a Palermo, siamo in affitto e paghiamo ogni mese, puntuali, per non perdere quello che abbiamo. Siamo in tre e ognuno di noi ha la sua stanza, è bello avere un proprio spazio”. Il Gambia, ormai, è lontano. “Io non odio il mio paese, anzi, mi manca la famiglia, ma non solo. Mi mancano, ad esempio, i momenti collettivi, quelli in cui si stava tutti assieme, la comunità, unita. Ma oggi la mia vita è qui. Palermo mi piace, sto studiando, e anche se ho avuto difficoltà per frequentare, a poco a poco, le cose stanno cambiando, perché a volte la lingua è difficile da imparare, io parlavo inglese. Ora, imparando l’italiano, tutto mi sembra a portata di mano.”

So inventare tante cose, fin da piccolo mi piaceva, allora sento questo desiderio di imparare come si fa

Inventarsi una nuova vita

Il futuro di Omar sarà a Palermo, sarà fare il pittore, ma anche qualcos’altro ancora?

“Il mio sogno è diventare ingegnere: sto studiando meccanica ed elettronica. Ho frequentato per due anni una scola di meccanica e dopo proverò ad andare all’università. Ho sempre avuto questa speranza, perché so inventare tante cose, fin da piccolo mi piaceva, allora sento questo desiderio di imparare come si fa. Ho avuto molti materiali e con ognuno di esso so cosa fare. Più materiali conoscerò, più cose posso inventare. Ed è bello inventare.”