Ho avuto bisogno di tempo per realizzare che ero arrivata, alla fine, in Italia. Perché per me, i primi momenti sono quelli di un grande buio.

Un sorriso infinito

Oumou è una donna grande e forte, con un sorriso travolgente. Una donna che conferma, però, come non si conoscono mai le battaglie che coloro che incontriamo hanno combattuto. E’ l’immagine della solidità, solare, vitale. Ma questo è quello che è diventata oggi, dopo un inizio molto difficile. E’ nel mezzo di un’assemblea, a Cantù, tra persone come lei che smarrite si fanno raccontare da un gruppo di esperti gli effetti del Decreto Salvini.

Ero felice, perché finalmente raggiungevo mio marito. Ricongiungimento familiare. Solo che tutto, subito, è diventato un incubo.

La prima volta

“Sono arrivata in Italia, a Malpensa, da Dakar, la capitale del Senegal, la mia città. Non mi spaventava il viaggio, ero pronta. Sono fortunata, vengo da una famiglia di giramondo, sparsa tra la Francia, la Svizzera e il Senegal. Avevo già viaggiato e anche l’idea di arrivare in una piccola città, dopo essere nata e cresciuta in una metropoli di due milioni di persone non mi faceva paura. Ero felice, perché finalmente raggiungevo mio marito. Ricongiungimento familiare. Solo che tutto, subito, è diventato un incubo. Eravamo ancora in auto, verso Cucciago, dove aveva preso casa.  Mi ha detto di chiamare mia sorella, in Francia, per rassicurarla e dirle che ero arrivata sana e salva. Proprio mentre prendevo il suo telefono è arrivato un sms e ho scoperto così, con violenza, che aveva un’altra relazione”.

Solo internet era la mia finestra sul mondo. Studiavo, studiavo e leggevo. Grazie agli studi di latino al mio liceo, in Senegal, ho imparato a riconoscere le radici delle parole italiane, piano piano. 

Non mollare mai

Oumou non vacilla, mentre racconta, come tutte le persone che hanno fatto i conti con il passato. 

“Ero disperata, è stato il periodo più brutto della mia vita. Avevo lasciato tutto per lui. Io di venire in Italia non sentivo alcun bisogno: nel mio Paese ero realizzata, da dodici anni lavoravo come ingegnere civile, c’erano opportunità per me. Solo che – a distanza – il nostro matrimonio rischiava di naufragare e, pur avendo l’opportunità di avere borse di studio per Canada e Francia, ho deciso di raggiungerlo. Per amore. E per mettere su una famiglia, visto che erano già due le gravidanze che non ero riuscita a portare a termine. Ma quella notizia, immediata, mi aveva lasciato senza fiato. Lui negava, io ho provato a dargli fiducia, per salvare il mio matrimonio. Tenevo duro, anche se la vita era terribile. A Cermenate stavamo nella zona industriale, non avevamo vicini, io non parlavo una parola d’italiano. E potevo uscire solo con lui, che però spesso tornava stanco dal lavoro, e allora voleva dire che avrei passato l’intera giornata chiusa in casa. Piangevo. E tenevo duro. Ho iniziato a guardarmi attorno: per me che venivo dalle pianure, dal mare, le montagne erano uno spettacolo affascinante, ma mi sentivo infelice”.

Ma Oumou non molla. “Solo internet era la mia finestra sul mondo. Studiavo, studiavo e leggevo. Grazie agli studi di latino al mio liceo, in Senegal, ho imparato a riconoscere le radici delle parole italiane, piano piano. E leggevo tanto sul web”.

Volevo solo la mia libertà.

Un nuovo inizio

I sospetti di Oumou, però, alla fine si rivelano fondati. “Per tanto tempo ha continuato a negare, ma poi ho scoperto che non solo aveva una relazione, anzi più di una, ma aveva anche sposato un’altra donna, perché come ex militare percepiva degli assegni familiari dal Senegal e due mogli significavano più soldi. Ha ingannato me e la sua stessa famiglia, che non ne sapeva nulla. Noi in Senegal, nonostante tante sciocchezze che leggo in Italia, possiamo scegliere tra poligamia e monogamia, come sulla comunione dei beni. Io e lui, nel rito civile senegalese, avevamo scelto la monogamia. Ma non volevo denunciarlo, non volevo problemi. Volevo solo la mia libertà.

Quella è stata la prima volta che ho capito quante donne nella mia condizione, per ignoranza e paura, tacevano la loro infelicità. Io sono stata fortunata”

Senza perdere la tenerezza

“Mi confidai con mia madre, che in Senegal è un’insegnante. Lei mi disse di chiedere aiuto alle autorità locali e così andai al Comune di Cucciago prima e alla Casa delle Donne Maltrattate di Milano poi. Sono stati tutti gentili, si preoccupavano per me, ma non avevano idea di come aiutarmi, anche perché mi raccontavano che era la prima volta che una donna come me ricorreva a loro per questo motivo. Quella è stata la prima volta che ho capito quante donne nella mia condizione, per ignoranza e paura, tacevano la loro infelicità. Io sono stata fortunata, avevo gli strumenti, un’istruzione e una famiglia che mi sosteneva. Ricordo che il mio ex marito mi derideva, diceva che non avrei potuto fare nulla, ma gli ho dimostrato il contrario. E finalmente, dopo un anno e mezzo da incubo, sono riuscita a ottenere il divorzio, ad agosto 2013. Da quel giorno, per me, è iniziata una nuova vita”.

Tante donne hanno il mio numero, con la mia avvocata ne aiuto tante.

Il cammino di Oumou

Senza dimenticare, però, la lezione imparata sulla sua pelle e rimboccandosi le maniche.
“Adesso faccio la badante, mi occupo di una signora deliziosa. All’inizio ero stata assunta per occuparmi del marito, una brava persona anche lui. Prima di andare in pensione era geometra e scherzava con me, dicendo che io ero ingegnere e ne sapevo più di lui! Purtroppo è mancato, ma la signora voleva tenermi con sé e sono rimasta. Prima di questo, però, ho studiato tanto, ho fatto tanti corsi. Facevo anche 5 chilometri, a piedi, al giorno per partecipare. A volte piangevo, per strada, con la pioggia e con la neve, ma mi sentivo libera. Ho fatto un corso da project manager, perché volevo lavorare nel sociale. Tante donne hanno il mio numero, con la mia avvocata ne aiuto tante. E ho studiato come mediatrice culturale, soprattutto per i bimbi che provengono dall’Africa Occidentale e hanno un ritardo rispetto ai compagni italiani per imparare la lingua italiana. Io so quanto è brutto non comunicare. E ho fatto un corso come operatrice dell’accoglienza, per dare una mano a tante donne, a tante persone”.

Quando cercavo aiuto e mi davo da fare trovavo tante persone e tante realtà davvero gentili, che mi chiedevano se avevo fame, se volevo vestiti. Io gli ero grata, ma ero anche furiosa. Io volevo solo un lavoro.

Aiutare a essere liberi

E sull’accoglienza, Oumou ha le idee chiare. “Quando cercavo aiuto e mi davo da fare trovavo tante persone e tante realtà davvero gentili, che mi chiedevano se avevo fame, se volevo vestiti. Io gli ero grata, ma ero anche furiosa. Io volevo solo un lavoro. Ecco, credo che in Italia bisognerebbe prestare più attenzione alle persone nell’accoglienza. Perché, dopo aver ottenuto dall’ambasciata italiana a Dakar il riconoscimento dei miei titoli di studio, non ho mai avuto un’opportunità qui. Sarebbe più utile per tutti, per voi come per chi arriva qui, non limitarsi ai bisogni primari delle persone, ma dopo un primo aiuto lavorare sulle loro competenze, sulle loro caratteristiche. Per me è difficile, perché un conto è imparare l’italiano, un conto è il linguaggio tecnico dell’ingegneria. L’unico che l’ha capito è stato proprio il signor geometra, che si metteva con me e con i suoi vecchi libri a insegnarmi le parole! Anche per questo lavoro con la mia comunità, per aiutarli a vedere un futuro oltre l’accoglienza. Che è fondamentale nella mia cultura, per questo l’associazione che abbiamo come comunità senegalese si chiama così”.

Per raccontare me stessa ho scelto una bevanda, che si prepara nel mio paese e si ricava dal baobab. Per noi è la pianta simbolo, attorno al quale si prendono le decisioni della comunità, si raccontano le storie, per educare i piccoli.

La memoria del gusto

Oumou ha partecipato anche al laboratorio che l’associazione Aspem, partner del progetto DiMMi, a Cantù, ha organizzato. Perché proprio un laboratorio di cucina per raccontarsi?

“Adoro cucinare! E’ la mia passione. E dalla cucina si conosce molto di una cultura. Per quello l’ho fatto. Ne avevo fatto anche un altro di corso, per prendere la certificazione HACCP per trattare gli alimenti. Mi diverto molto, se qualcuno mi chiama vado a fare la cuoca a casa delle perosne, faccio i dolci per le feste della comunità. Quando sentirò di aver finito il mio compito in Italia, quando sentirò che ci sono altre persone che possono aiutare le donne in difficoltà, mi piacerebbe raggiungere mia sorella, in Francia, per dedicarmi alla cucina. E per raccontare me stessa ho scelto una bevanda, che si prepara nel mio paese e si ricava dal baobab. Per noi è la pianta simbolo: è un parlamento, attorno al quale si prendono le decisioni della comunità, è il posto attorno al quale si raccontano le storie, per educare i piccoli. Ce ne sono di immensi, che neanche 30 uomini in cerchio riescono ad abbracciare. E ha proprietà molto nutritive, che in un clima duro come quello del mio paese è fondamentale per combattere alcune malattie e per dare energia. Ecco, questa ricetta mi permetteva di raccontare cosa significa il baobab nella mia cultura e nel mio paese”.

Quando sentirò di aver finito il mio compito in Italia, quando sentirò che ci sono altre persone che possono aiutare le donne in difficoltà, mi piacerebbe raggiungere mia sorella, in Francia, per dedicarmi alla cucina.

Non dimenticare mai

Il Senegal che Oumou porta nel cuore è l’aiuto che può dare a chi è in difficoltà, come lo è stata lei, nella sua comunità Ed è anche la memoria e il racconto. Magari quello di uno strumento musicale, che parla di viaggi, di dolore e di speranza.

Il suono del kess kess