Il coraggio di volare

“Tutto è iniziato in oratorio, una sera come le altre, c’erano incontri con gli animatori. Una di loro ha chiesto a me e ad altri ragazzi se avessimo voluto partecipare a un laboratorio teatrale di auto racconto, organizzato da un’associazione di Cantù, dove vivo, che si chiama Aspem. Avremmo dovuto lavorare con un attore di Como, per dieci incontri. Fin da piccolo ho sempre amato recitare, era la mia occasione. Dopo qualche dubbio, mi son lanciato. Ed è stato bellissimo”

Mi piacerebbe tanto far l’attore.

Il teatro della vita

Saad è un concentrato di energia. Comunica anche quando sta zitto, anche quando non dice niente. “Abbiamo cominciato a costruire la storia passo dopo passo, prima lavorando su come muoversi, sui nostri gesti. Poi abbiamo letto e recitato una fiaba, passando per una storia scritta da noi fino ad arrivare a raccontare la nostra di storia, davanti a tutti. Non è stato facile. Però alla fine lo abbiamo fatto ed è stato bello e divertente, ti sentivi sollevato, come dopo aver buttato tutto fuori, esserti tolto un peso”.

Tra palco e realtà

Anche se all’inizio, i suoi genitori non erano entusiasti “Mio padre, pur arrivano dal Pakistan, è più lombardo di quelli nati qui! Per lui devo pensare solo a studio e lavoro! Pensava al teatro come a una perdita di tempo, in quello i lombardi e i pakistani sono simili! Solo che in Pakistan è legato alla povertà, alla necessità di andare subito a lavorare per aiutare la famiglia, qui è proprio una cultura. E poi c’erano delle rigidità culturali: secondo me temeva che quello della recitazione, con il modello che ha di Hollywood, sia un mondo spudorato, di facili costumi! Secondo me non è solo quello, è molto di più Mi piacerebbe tanto far l’attore, ma per ora non posso. In futuro si vedrà”.

Non mi ero mai soffermato su come mio padre fosse arrivato in Italia. Non ci avevo riflettuto abbastanza su quanto ha faticato, quanto ha sofferto.

Nuovi inizi

La recitazione, però, come il racconto di sé, alla fine, ha creato invece un ponte tra Saad e suo padre. “Io prima di iniziare a riflettere sulla storia che volevo raccontare non mi ero mai soffermato su come mio padre fosse arrivato in Italia. Non ci avevo riflettuto abbastanza su quanto ha faticato, quanto ha sofferto. Ecco, alla fine ho iniziato la mia storia dalla sua, dal suo viaggio, perché se io sono qui oggi, ci sono grazie a lui Ed è la stessa storia. Non lo svelavo subito, come a teatro, ma alla fine si. E l’ho capita meglio anche io, la sua e la nostra, di storia”.

E’ bastato imparare bene la lingua per stare bene in Italia e, alla fine, mi sono appassionato anche alla pizza!

Il passato è una terra straniera

“Io e mia mamma abbiamo raggiunto papà in Italia nel 2009. Avevo sei anni, dovevo iniziare la prima elementare ed era il momento buono – visto che si era sistemato – per raggiungerlo qui a Cantù. Sono l’unico dei miei fratelli che è nato in Pakistan: mio fratello e le mie sorelle son nati qui. E sono italiani in tutto e per tutto. Io ho ancora tanti ricordi, loro hanno solo quelli di quando andiamo a visitare il Pakistan. Lo vedono come un posto bello, fa caldo, stai sempre in giro per strada, mentre qui si sta molto di più in casa! Ma alla fine siam felici qui, anche se l’inizio per me qualche difficoltà l’ha avuta. Però è bastato imparare bene la lingua per stare bene e, alla fine, mi sono appassionato anche alla pizza!”.

Storia di un ricordo

I ricordi del Pakistan sono tanti, ma uno ha un valore speciale. “E’ il mio tesoro. E’ una storia che ho raccontato durante il laboratorio, non lo avevo mai fatto prima. La mia vicina di casa, in Pakistan, si chiamava Isa. Siamo praticamente nati e cresciuti assieme: la stessa età, le stesse scuole, la stessa via.  Prima che io partissi per l’Italia mi aveva regalato una collana, facendomi promettere di riportarla indietro, così non mi sarei dimenticato di lei e sarei – prima o poi – tornato in Pakistan. In seconda media, dopo la scuola, finalmente per l’estate tornai in Pakistan con la mia famiglia. Non vedevo l’ora di vederla e di mantenere la mia promessa. I miei genitori, stranamente, non volevano che andassi a trovarla”.

Quando tutto cambia

“Non capivo, mi innervosivo. Ho aspettato un giorno e poi uscito di casa prima che mamma si svegliasse. La casa di Isa era chiusa, sono andato da sua nonna, che all’inizio non mi aveva riconosciuto. Poi lei e il nonno, ormai vecchio e malato, mi hanno accolto, ma mi han detto che non c’era più. Due anni prima era stata investita. Mi tremavano le gambe, avevo la pelle d’oca, mi sentivo male. Sono corso via, sono andato a cercarla al cimitero, l’ho trovata. E’ stata l’estate peggiore della mia vita, ho pianto per ore, son tornato a casa ed ero furioso perché non me l’avevano detto per proteggermi. Lo so, lo capisco adesso, ma allora ho sofferto tanto. E la collana è ancora con me. Ed è l’unico oggetto che conservo, perché mi piace guardare avanti, ma per quella collana è diverso”.

Quello che non dicono

Essere nella terra di mezzo del migrare è tutto un racconto, di come sia il Pakistan rispetto agli amici italiani e di come sia l’Italia una volta che si torna in Pakistan. “Quando torno a casa resto sorpreso dai miei amici là, perché loro pensano che sia tutto rose e fiori. Ma fino a quando non parti e non arrivi in un nuovo mondo, non puoi saperlo davvero. Sono convinti che io sia fortunato, che mio papà sia ricco. Eh no belli miei, gli dico sempre, mio papà si fa un gran culo ed è già fortunato ad avere un lavoro. Rimangono sorpresi, spesso non ci credono. In Italia, invece, i più curiosi sono i più piccoli. All’oratorio mi chiedono sempre che giochi si fanno in Pakistan, se si vive come qui, come ci si veste, cosa si mangia. Mi piace raccontare. Un’amica africana mi raccontava, una volta, di un vecchietto che le chiedeva se vivessero sugli alberi in Africa. Lei ha sorriso, è andata via. Io no, gli avrei detto che non ci sono differenze: casa, lavoro, figli. Magari il mangiare, a cui siamo abituati, ma non ci sono queste differenze”.

per ora studio informatica, ma non riesco a non sognare di andare negli Usa per fare l’attore, prima o poi

Il futuro è una promessa

Star dietro agli interessi del vulcanico Saad è un’impresa. Ha 15 anni, studia informatica. Brillante a scuola, ma le sue passioni sembrano prometterlo di portarlo altrove. “Mi han costretto i miei a fare informatica. Quando sei costretto a far qualcosa, la puoi fare anche bene, ma non sei contento. Però la prendo con filosofia: potrei avere un bel lavoro, un bel futuro. All’inizio ero arrabbiato, ma continuerò, lo so che lo fanno per il mio bene e per garantirmi un futuro. Poi avrò il tempo di far quel che voglio. Qui è un po’ diverso, i ragazzi italiani fanno quel che vogliono, senza problemi. Da noi no, come era per i matrimoni, dove la famiglia decide al posto tuo. Ora le cose vanno un po’ meglio e spero che queste cose cambino. Come per me: per ora studio informatica, ma non riesco a non sognare di andare negli Usa per fare l’attore, prima o poi”.

Suono la batteria, nella banda cattolica di Cantù! Fa ridere eh, un bell’ossimoro, per me che sono musulmano

La colonna sonora del futuro

Il futuro può attendere, intanto che un presente denso di impegni e passioni da vivere ogni giorno.  “La musica è importante per me. All’inizio ero interessato dal pianoforte, ma poi ho scoperto le percussioni e non ho voluto fare altro! Suono la batteria, nella banda cattolica di Cantù! Fa ridere eh, un bell’ossimoro, per me che sono musulmano”, racconta ridendo di gusto. “Ascolto di tutto: Beethoven e Mozart come i Beatles e i Queen, ma anche cose di oggi. La mia canzone preferita è Bohemian Rapsody, e con la band della scuola la canterò io mentre suono la batteria. Sono emozionato! A me piacerebbe molto coinvolgere mia mamma nelle cose che faccio, ma è difficile, ormai mi sono arreso. Spesso, badando ai piccoli, non ha tempo. Ma tante altre volte, non capisce come sono, mi dice che sono ‘un ragazzo vecchio’, che dovrei essere più appassionato di altre cose alla mia età. Lei non lavora e ora va meglio con la lingua italiana, ma è difficile per lei, che sta a casa. Mio padre è già cambiato molto, cambierà anche lei”.

Un’altra mia grande passione è il parkour. Io in realtà lo faccio da sempre, ma non sapevo si chiamasse così! 

Saltando gli ostacoli

“Un’altra mia grande passione è il parkour. Io in realtà lo faccio da sempre, ma non sapevo si chiamasse così! L’ho scoperto venendo in Italia, perché io e i miei amici in Pakistan, dove le case hanno le terrazze e i tetti vicini, avevamo il nostro parco giochi all’aperto, saltando da un terrazzo all’altro. Qualche volta è pericoloso, qualcuno casca, ma per fortuna non mi sono fatto mai male! Mi sembra di volare, lo faccio in un parchetto dietro casa, con gli amici di qui. Vorrei farci un film”.

Mia madre mi definisce ‘vecchio dentro’: prendo le parole che mi vengono e ne faccio poesie, tentando di imitare i grandi poeti: Ungaretti, Leopardi, Dante. Mi piace leggerli, mi piace imitarli.

Sempre avanti

Un’energia travolgente, un’ironia irresistibile, ma anche Saad, come tutti, è molte cose. “A volte son depresso, capita a tutti, no? Ecco, io uso la musica classica e la poesia per tirarmi fuori. E per dare ragione a mia madre che mi definisce ‘vecchio dentro’ prendo le parole che mi vengono e ne faccio poesie, tentando di imitare i grandi poeti: Ungaretti, Leopardi, Dante. Mi piace leggerli, mi piace imitarli. Metto gli episodi della mia vita come fossero ambientati nel passato. Non so perché, guardo spesso al passato, a 15 anni è strano forse, ma è così. E quando scrivo poesie, non devo spiegarlo a nessuno”.