Le mille lingue di Garbatella

“Sono Zhara, vengo dall’Iran, non ho ancora quarant’anni!”. Due occhi neri, grandi e profondi, un sorriso sincero, ma timido, i capelli raccolti in una coda. Attorno a lei, decine di ragazzi studiano l’italiano. Sembra una riunione dell’Onu, nel cuore della Garbatella a Roma “Sono arrivata nove mesi fa grazie a un ricongiungimento familiare con mio marito che studia a Roma Tre, si occupa di nanotecnologie. Per ora studio l’italiano e mi ambiento, giorno per giorno.” 

Per ora studio l’italiano e mi ambiento, giorno per giorno

Io, l’Italia e Calvino

Zhara ha l’aria della persona capace sempre di stupire l’interlocutore, una persona che impari presto a non dare per scontata. “Mi è sempre piaciuta l’immagine dell’Italia, la sua storia, la sua eleganza, ma in fondo non ne sapevo nulla. Avevo letto solo un libro di uno scrittore italiano: Italo Calvino.

Io, l’Italia e Roberto Baggio

Ora la studio, giorno per giorno, con me sono tutti gentili. E le cose che sapevo erano quelle che sanno tutti, almeno credo”, si schernisce Zhara, ma non è proprio comune a tutti la sua passione, almeno cedendo allo stereotipo del rapporto tra donne e calcio. “Io adoro il vostro calcio! Il campionato italiano e la nazionale! E’ una passione in generale, lo seguivo sempre in Iran, ma in particolare mi piaceva da morire Roberto Baggio! Che idolo, che campione, che uomo corretto. Un simbolo. Da noi, in Iran, è molto famoso. Anche Alessandro Del Piero, Paolo Maldini, Francesco Totti. Prima li seguivo tutti, era una gran tifosa, ora meno!”.

Io adoro il vostro calcio! Il campionato italiano e la nazionale!

Tornare a occuparsi dei più deboli

Basta poco per capire che nei piani di Zhara non c’è – per il futuro – solo il corso di italiano. “In Iran facevo l’educatrice in un orfanotrofio. Ho lavorato là, subito dopo gli studi, adoravo il mio lavoro e se riuscissi a far riconoscere la mia abilitazione qui vorrei fare lo stesso lavoro, o comunque occuparmi di marginalità, che ci sono anche qui da voi. Del mio lavoro in Iran, per ora, quel che mi manca molto è il contatto coi ragazzi di cui mi occupavo. Mi spiace tanto. Spero di rendermi utile qui. Difficile citare solo uno di quelli con cui ho lavorato in questi anni, son tante le storie, ma una particolare c’è, c’è sempre. Sina, un ragazzo che seguivo io. Tra i ragazzi, purtroppo, non erano rari gli episodi di piccole violenze, Venivano da contesti familiari inesistenti, non era facile per loro e per l’istituto. Lui, ogni volta che scoppiava qualche rissa o qualche litigata, scappava in camera sua, sul suo letto, con i suoi libri. E quando lo andavo a trovare mi chiedeva se anche a me il cuore batteva all’impazzata come a lui. Ecco, non riesco e non voglio dimenticarlo.” 

Parole e ricordi

Prendersi cura degli altri, a volte, è più facile che prendersi cura di sé. Zhara ha partecipato al laboratorio di scrittura dell’associazione Asinitas, all’interno del progetto DIMMI di Storie Migranti. 

“E’ stata un’esperienza molto interessante, molto utile, ma in un certo senso mi ha anche sconvolta. Perché mi ha fatto riaffiorare tanti ricordi che avevo tentato di lasciare alle spalle”, racconta guardandosi intorno. “Ripensare alle cose che ho vissuto mi fa male, ma in futuro ne uscirà fuori qualcosa di buono. Ho scelto l’autobiografia, perché mi interessava, ma era difficile parlare di cose intime, del rapporto con mio fratello e mia sorella, vedere come alla fine sei la somma delle persone che incontri nella tua vita, con la passione per il cinema di mio fratello e quella per la lettura di mia sorella.”

Ripensare alle cose che ho vissuto mi fa male, ma in futuro ne uscirà fuori qualcosa di buono.

Cercando libertà

Quella per la scrittura, invece? Era già una passione in Iran? 

“Scrivevo piccoli racconti, amavo le lettere, scrivevo per gli altri, non pensavo mai di farlo come un lavoro su me stessa. A me piacerebbe scrivere dell’attualità del mio paese. Di come la politica ha devastato una società. Vorrei raccontare di dove sono cresciuta, di dove ho studiato, la via quotidiana a Teheran, che è molto difficile. In Iran la gente non può godere dei suoi diritti, e l’aspetto peggiore è che nelle zone rurali non sono neanche interessati ad averli. Nelle metropoli, invece, c’è una minoranza che lentamente, ogni giorno, cresce e si fa sentire, chiede un cambiamento e una società più libera e democratica. La politica controlla tutti i settori della vita tutto quello che vuoi fare, anche se provi a essere un’artista, ti etichettano come attore ‘politico’ e ti perseguitano. Questo rallenta il cambiamento.” 

E lascia dei segni. Zhara adesso sorride di nuovo, ma con malinconia. “Ne lascia tanti di segni e, per una donna, ancora di più. I primi mesi qui, ogni volta che usavo i social network, d’istinto prima aprivo il VPN per raggiungerli e non riuscivo a non farlo, anche se ormai ero in un posto dove ero libera di farlo. E’ come un riflesso, è diventato parte della nostra vita, neanche ci pensiamo più. La usano anche gli stessi che la proibiscono a noi. Riuscite a pensare a niente di più assurdo? Qui ho sentito la libertà delle piccole cose, andare in giro con la bici liberamente, andare a fare la spesa vestita come voglio. Non ci sono più questi blocchi, legali e mentali, che mi portavo dietro, ma alcuni sono ancora dentro.” 

Conoscersi a vicenda

Zhara ripete che è qui per imparare, ma non si tira indietro rispetto a raccontare la sua impressione dell’Italia e di quanto (poco) gli italiani conoscano il suo paese. “Ho conosciuto un po’ amici che ne sanno tanto, che studiano o che si informano, ma i primi giorni a scuola ci ho messo tanto a far capire che non siamo arabi e non parliamo arabo, ma abbiamo la nostra identità e la nostra lingua: per voi son tutti arabi! In Iran e in altri paesi si parla farsi, anche in Afghanistan e altrove. 

Abbiamo tanto in comune con gli italiani, la passione per le tradizioni popolari e, perché no, anche la superstizione!”. 

E allora, nella tradizione, ci saranno degli oggetti porta fortuna con i quali affrontare il viaggio da Teheran a Roma. “Veramente ho portato chili di roba”, sorride, a suo agio. “Ma di sicuro i più importanti son quelli che mi legano alle donne della mia famiglia: un paio dei tappeti che mia nonna ha tessuto a mano per tutta la vita e il sormedan di mia madre, il contenitore tradizionale del prodotto con il quale ci trucchiamo gli occhi.” Femminile, plurale, dall’Iran all’Italia.