I finalisti del concorso DIMMI Diari Multimediali Migranti

La quarta edizione del concorso DIMMI Diari Multimediali Migranti si è chiusa il 20 maggio con ben 122 storie candidate, un risultato che ci riempie di soddisfazione! Tutte le storie verranno conservate e valorizzate dall’Archivio Diaristico di Pieve Santo Stefano ma soltanto alcune saranno selezionate per essere pubblicate nella raccolta edita da Terre di mezzo Editore.

I finalisti saranno presentati venerdì 13 settembre a Pieve Santo Stefano (AR) in occasione del Premio Pieve Saverio Tutino, nel frattempo noi ve li facciamo scoprire uno per volta.

Oggi vi presentiamo Nahida Akhter, con il suo diario “L’identità”, Houda Latrech la cui storia si intitola anch’essa “Identità” e Seydi Rodriguez Gutierrez, con “Non ti avrei conosciuto”.

 

Nahida Akther – “L’identità”

Cos’è l’identità? Se lo chiede Nahida Akhter, nata in Bangladesh, arrivata per la prima volta in Italia a sei anni, di nuovo tornata nel Paese d’origine quand’è ormai sul punto di iniziare la scuola media. Con il lavoro che un po’ c’è e un po’ no, i suoi genitori pensano sia meglio accompagnare le figlie maggiori dai nonni materni, rimasti a Nawabganj, nel distretto della capitale bengalese Dhaka.

Dopo la fatica di farsi accettare da un mondo tanto diverso da quello natale, arriva dunque per Nahida una fatica se possibile maggiore: quella di reinserirsi in un contesto sociale divenuto troppo angusto per la ragazzina cresciuta a Monfalcone.

A pesarle è soprattutto la disparità di trattamento tra uomini e donne. La nullità del valore della vita di una ragazza, dei suoi pensieri, dei suoi desideri. E quando la sua più cara amica sfugge al destino già scritto per lei, scappando di casa e al matrimonio combinato, a tutti pare evidente l’influenza nefasta dell’ “occidentale” Nahida dietro un gesto tanto sovversivo.

Quattro  anni più tardi, l’ “orientale” Nahida fa ritorno in Italia, riprendendo con apparente naturalezza costumi e abitudini che, in fondo, non aveva mai abbandonato. Ma un tarlo le lavora sottopelle, interrogandola con insistenza. Chi sei? Qual è la tua identità? Di quale nazione il tuo cuore, di quale la tua anima?

 

Houda Latrech – “Identità”

Nemmeno il più esperto botanico riconoscerebbe un albero dalle radici, piuttosto che dalle fronde, dai fiori, dai frutti. Houda Latrech, vent’anni, le radici le ha in Marocco, a Fez, dove è nata.  Le fronde, i fiori e i frutti, li coltiva in Italia. In italiano. È  questa la lingua con cui è cresciuta, in cui pensa e in cui si esprime, con la grazia di chi ama le parole scritte e quelle pronunciate, la punteggiatura e gli spazi bianchi sulla pagina.

La tua anima è un foglio bianco, l’identità è l’inchiostro che versi per riempirlo. A scrivere è Houda, le parole sono quelle di suo padre. Un nomade di fine Novecento, partito dal Nord dell’Africa per giungere al Nord dell’Italia, in cerca di lavoro.

Lui, uno dei tanti. Mille sacrifici per acquistare una macchina sua, poi la benzina negata al distributore.

La vera storia non è la mia, che ho fatto delle parole la mia arma e il mio unico scudo, della lingua del paese in cui sono straniera, la mia unica difesa. Di chi è la storia, Houda? E quale storia? Quella di una ragazza che è cresciuta in provincia, a  Varese, cercando di distinguersi dalla folla anonima anche indossando gli abiti di una tradizione che non la identifica del tutto? Quella di suo padre, il suggeritore delle parole del riscatto? Scrivilo, che questo, fra tutti è diventato il mio paese. A parlare è lui, ancora. A scrivere, a trovare le anafore, le assonanze, le concessive e le antitesi, è lei.

Non c’è una vera trama, nello scritto di Houda. Ci sono suggestioni, immagini rapidissime, macchie impressioniste. La sua cifra è la sintesi, il suo gioco l’allusione: spetta al lettore riconoscere la pista, se c’è…

 

Seydi Rodriguez Gutierrez, “Non ti avrei conosciuto”

In ordine sparso e incompleto, come può essere un viaggio che mai arriva alla fine. Così Seydi Rodriguez Gutierrez presenta racconti di memorie e pagine di diario, mescolando passato e presente, sovrapponendoli. Come i passi di una danza e simili all’ampiezza di un movimento – è così che li ha disegnati – è giusto che vadano codificati e contestualizzati con dignità.

Il primo di questi passi comincia, difatti, con una ragazza in tutù, su un’isola dei Caraibi. Lo indossa sin da quando era bambina, ha studiato danza classica e ne ha sperimentato la dura disciplina. Seydi – questo il suo nome – ha diciassette anni, e sogna di realizzare la cosa più difficile: partire, lasciare l’isola. Per poi farvi ritorno, certo, se potesse. Ma sa bene che, se partirne è difficile, tornarvi è impossibile.

L’isola è Cuba. Il tempo, la fine degli anni Novanta. L’occasione si manifesta con uno di quei giochi del caso che cambiano la vita: un gruppo di musicisti cerca ballerine per una tournée, in Italia. Sei mesi di permesso. È fatta. Certo, cercano una salsera, Seydi, che è ballerina classica, deve imparare tutto da capo. L’importante è partire, arrivare in Italia, vedere i cipressi, la neve, conoscere gente buona e gente cattiva, esibirsi, danzare, sentirsi libera.

Sei mesi più tardi Seydi Rodriguez Gutierrez, che non ha ancora compiuto vent’anni, decide di non far ritorno con i compagni di viaggio e di lavoro. A Cuba non tornerà più.

Da quel momento inizia la sua vita da fuoriuscita, esule, controrivoluzionaria, emigrata: quante cose può essere un cubano fuori da Cuba, ancora negli anni novanta. Dopo un po’ di girovagare si stabilisce in trentino, dove danza e soprattutto insegna danza a bambine e ragazze. Nasce qui Sarah Sofia, la figlia che Seydi ha messo al mondo con Angel, cubano come lei.

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Guarda il programma del Premio Pieve Saverio Tutino.

Testi a cura di Laura Ferro